THE ITALIAN ART GUIDE

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Fabio Mauri. L’Esperimento del Tempo

“Una vita eterna non è lunga, è un istante senza tempo”, così le parole di Fabio Mauri che ben esprimono quel punto d’intersezione tra il senza fine e l’attimo, due luoghi che attraversano l’intera sua produzione.
Il suo essere nel mondo e nel tempo e la necessità di comprendere il reale con la sua significazione, fanno sì che il suo lungo tragitto nell’arte passi inevitabilmente per lo scandaglio della propria esistenza con l’intento di afferrarne il senso, la coniugazione ultima, e quindi prima, della verità.
Una verità tanto creduta quanto maligna quella che lo vede calato nel ventennio più orribile della storia dell’umanità, un trauma che paga con diversi andirivieni nei manicomi, per anni. Ma se la perdita al senso del reale gli strappa la coscienza fino al suo nascondimento, dall’altra, nello stesso tempo, l’esperienza di Dio, dell’assoluto, lo tiene ancorato a quel senso dell’esistenza dove l’invisibile permea ogni cosa e radica l’esperienza del mondo nella verità rivelata, fino a riportare a noi questo suo passo di danza con la vita attraverso l’arte. “L’arte non è la verità, ma come essa appare”, o ancora “la Verità non esiste, è verissimo”, due affermazioni, le sue, che sembrano uscite dalle pagine dei “Detti dei padri del deserto”, e ben esprimono la tensione di un approccio costantemente teso a verificare la coincidenza dell’esistente con la necessità di verificarlo, in poche parole, capire dove risiede e si manifesta il “reale”. “Non mi interessa l’invenzione dell’unicorno, mi interessa l’invenzione del cavallo”. Ecco l’assioma con il quale ci dice che il luogo che questa residenza abita è nel suo significato primo perchè, in quanto tale, “è fuori da ogni coniugazione ideologica”, alieno ad ogni mistificazione e quindi autentico, vero. Affermerà la realtà attraverso i titoli perentori delle sue opere della serie Foto Finish del 1976: Rocchetto nero, La manovella, Lettere, per citarne alcuni. Li affermerà come se li scoprisse per la prima volta, o una ennesima prima volta, per consegnarli poi al mondo. Questa necessità del reale prende corpo proprio dalla sua prima opera, non a caso considerata germinale di tutta la sua produzione: lo Schermo, per estensione Schermo – Disegno/ Verticale – Orizzontale, realizzata nel 1957.
È l’artista a darci la chiave d’accesso all’opera, nel 1975 scrive: “non neutro né uguale, dotato di forma e significazione e, cioè, di simbolo proprio.”

a. “Non neutro né uguale”: né in attesa di assumere una identità né di essere somigliante, simile ad altro.
b. “Dotato di forma e significazione”: lo Schermo è uno Schermo, non c’è alcun dubbio. Il contorno nero disegna il margine del foglio con una pittura ad acquerello. Dodici, forse quindici stesure di tempera acquerellata, tante quante necessarie per una campitura densa e compatta stesa a velature, come la pittura rinascimentale. Il nero perimetra un campo bianco solo apparentemente vuoto. Si tratta di un campo pieno del suo essere, compiuto nella sua identità. Non possiede immagini né le chiede, non si afferma nella funzione, pertanto, non suggerisce/proietta in noi nessuna suggestione e di conseguenza non attiva quel “a priori”, quello stato immaginativo per il quale decifriamo ciò che osserviamo e di conseguenza proiettiamo esperienza, significato sulle cose. Questa doppia proiezione che l’artista chiamerà “rapporto tra l’io e il mondo”, viene annullata, azzerata. È il grado zero della pittura nell’opera di Mauri.
c. “e, cioè, di simbolo proprio”: quindi è archetipo di sé stesso, è auto significante, “è”, e in quanto tale si da come un elemento concreto, determinato, reale, e come tutto ciò che è reale, non è soggetto al passare del tempo, si rivela nel presente. Il suo è un presente atemporale, non si appoggia sul passato ne ipoteca in avanti alcuna necessità d’essere.
Con lo Schermo, il reale si fa materia e la pennellata abdica agli oggetti concreti del mondo e la pittura si fa collage, fino a diventare performance. È un pittore Fabio Mauri, che farà della storia, della memoria e della previsione la propria tavolozza per ritrarre il Presente.
Analogo è il tempo nell’opera Senza tempo del 1995. Si tratta di un orologio a pendolo senza quadrante, nella nudità del proprio meccanismo. Il suo movimento costante è fuori da ogni riferimento orario, calato nell’attimo. Tuttavia, il rintocco della campanella viene scandito con una casualità che ci impedisce qualunque ipotesi di scansione temporale eppure, è coincidente con il perpetuo e ritmato oscillare nella nostra attualità. Si tratta di un tempo sincronico, dove l’immanente e il trascendente abitano la stessa casa. È sincronico il Presente di Fabio Mauri, e non potrebbe essere altrimenti per chi, come lui, ha fatto esperienza di Dio. Così scrive nel 1995: ” La mia esperienza religiosa è stata biblica nei primi tempi, non evangelica. Ho conosciuto in modo ravvicinato, se è possibile dire così, il Dio di Abramo. Dio duro, imperativo. Trattenendo il respiro tentavo di stare dentro Dio, senza graffiarlo né offenderlo. Più che difficile, era impossibile. Giravo come un cadavere nella sensibilità prorompente di un Dio infinitamente superiore. Completamente impensabile, presente tra le minime cose, attento, giudice, veritiero, esigente: la mia esistenza ne fu inchiodata. Tra medici, psichiatri o psicologi, e direttori spirituali (ero assistito da un domenicano e da un francescano), più molti infermieri, trascorsi vari anni, nella costernazione familiare.
Li ho stimati anni religiosi, mentre erano esclusivamente mistici. Non fondati sulla meritoria cecità della fede, dico, ma su una straripante esperienza quotidiana, reale e continua, della presenza di Dio. Più tardi, in questa vicenda, in cui il protagonista era, dunque, il rapporto con Dio, sperimentai la bellezza di quel Dio forte e la somiglianza umana in Lui”. A questa esperienza così radicale e dirompente è dedicata una sala.
Una quadreria di disegni della fine degli anni Quaranta e i primissimi anni Cinquanta raffigurano Cristo crocifisso e dialogano con i colorati disegni di matrice espressionista degli anni 80, tutti, questi ultimi, appartenenti alla produzione denominata Apocalisse. Qua e là, alcuni disegni con il numero 21, numero che ha a che fare con le visioni mistiche alle quali l’artista ha solo accennato senza rivelarle, una cifra che ritornerà spesso tra le pieghe del suo lavoro. Tra questi, al centro, troneggia una scultura lignea di un Cristo crocifisso, dal titolo Arte e mondanità, 1985, con il volto che rimanda ad una Demoiselle d’Avignon e con indosso un elegante abito Tight.
Se da un lato l’opera rappresenta l’avanguardia vilipesa dal sistema politico e dalla mondanità, dall’altro sottintende all’avvento del Dio incarnato nella storia. Ecco che allora il tempo si fa teologico e la visione dell’artista si fa escatologica, capace di discernere il bene e il male in assoluta assenza di giudizio: non più un io in rapporto al mondo ma “un io che si fa mondo”. La finalità dell’apocalisse non è la catastrofe, a quella la realtà ci ha abituati, ma la parusia, la rivelazione, il tempo alla fine del tempo, l’eterno.
Non ho parlato del suo essere Giansenista, del suo abbracciare il pensiero di Sant’Agostino d’Ipponia, né dell’enigma dell’universo e né del senso della morte e della sua trasccendenza. Lascio al visitatore la libertà di impiegare il proprio tempo necessario a coglierne gli aspetti, continuando così quel “Esperimento del Mondo” che vuole nella sua pratica un tempo aperto, non chiuso, “il che, nell’arte, è esercizio quotidiano”.

Fabio Mauri. L’Esperimento del Tempo
6 May, 26
29 Aug, 26
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Fabio Mauri
Ivan Barlafante
Ivan Barlafante
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Francesco Piva
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