Sull’esistenza dell’identità dell’arte italiana
15.09.2026
Luciano Fabro, Italia all’asta, 1994, ferro, 335x70x10 cm, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, in comodato da Fondazione Arte CRT, 2004. Foto Paolo Pellion, Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Questa modalità di studio potrà sembrare discutibile rispetto alla tradizione storicista, ma se si vuole comprendere l’identità dell’arte italiana è necessario farlo attraverso la doppia prospettiva del “qui e ora”, volgendo l’attenzione alle strutture di potere e alle relazioni tra critica d’arte, artisti e istituzioni che tutt’oggi caratterizzano il territorio nazionale. In particolare, sono proprio le occasioni espositive istituzionali, prime fra tutte la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma, che, riconosciute come realtà nazionali, contribuiscono a costruire e individuare un’immagine di questa identità. Tale riconoscimento deriva da un meccanismo inconsapevole che ci caratterizza, applicabile a qualsiasi sfera della vita, e che il sociologo Pierre Bourdieu riconosce con il termine doxa. Secondo questo meccanismo, i valori culturali dominanti vengono “interiorizzati” fino a essere considerati talmente acquisiti e condivisi da non essere più percepiti come costruzioni da porre in discussione. Contestualizzando tale concetto in relazione al sistema dell’arte contemporanea, emerge una domanda tutt’altro che scontata: siamo certi che quanto viene proposto dalle istituzioni incaricate alla rappresentazione di un’identità artistica nazionale restituisca realmente la complessità di tale identità? Sebbene in entrambi i casi già citati della Biennale e della Quadriennale le scelte curatoriali siano autonome, esse si inseriscono comunque all’interno di scelte politiche orientate a soddisfare indirizzi strategici più ampi rispetto alle missioni culturali che dovrebbero perseguire.
Assemblea durante arte povera più azioni povere, Antichi Arsenali di Amalfi, 4-6 ottobre, 1968. © Archivio Claudio Abate, Photo Claudio Abate
Perciò, in quali ambiti di ricerca l’identità dell’arte italiana emerge con maggiore vigore, autonomia e consapevolezza? È forse proprio al di fuori dei contesti istituzionali, nelle realtà “indipendenti” rispetto al sistema consolidato, che l’identità dell’arte si rivela capace di incidere con una propria forma espressiva sulla storia dell’arte attuale? Una possibile risposta potrebbe emergere dall’evento espositivo tenutosi circa sessanta anni fa negli Antichi Arsenali della Repubblica di Amalfi, intitolato arte povera più azioni povere, che, oltre ad aver segnato un passaggio per l’affermazione dell’Arte Povera, proponeva una mostra come spazio di ricerca e confronto inteso a costruire nuovi modelli del sapere. Questo e altri eventi simili suggeriscono come forme di ricerca indipendenti siano al momento considerate ambiti nei quali l’identità dell’arte italiana emerge nel suo carattere più vivo, vero e innovativo.
SPAZIO Y, Installation view, ABACO – Collettivo Il Pavone, 2019, Ph. Credit Emilio Orofino e Germano Serafini. Courtesy Spazio Y, Roma
Volendo citare alcune realtà attive tutt’oggi sul territorio nazionale, si possono ricordare le residenze e gli spazi indipendenti che accolgono studi di artista e attività di ricerca, operando come luoghi di produzione e confronto: da Viafarini e Careof a Milano a Dolomiti Contemporanee e Centrale Fies nel territorio alpino, fino a Gelateria Sogni di Ghiaccio a Bologna e Spazio Y a Roma, a cui si aggiungono le dimensioni condivise di formazione e pratica artistica come “Il simposio di pittura” di Luigi Presicce e “Landina – Esperienze di pittura en plein air” di Lorenza Boisi.
Namsal Siedlecki, Testa cuore coda, installation view, Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna, 2026. Foto Marco Erpete e Leonardo Quaglieri
Viafarini Open Studio, Milano, 2019, Courtesy e Ph. Credit Valerio Torrisi
Ottava edizione del “Simposio di pittura” 2026. Foto Courtesy Luigi Presicce e Fondazione Lac o Le Mon, San Cesario di Lecce
Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Filiberto Menna, Gillo Dorfles, Marcello Rumma, in Terza Rassegna Internazionale di Arti Figurative di Amalfi – RA3, arte povera più azioni povere, Antichi Arsenali di Amalfi, 4-6 ottobre, 1968. Courtesy Archivio Lia Incutti Rumma. Photo Bruno Manconi
Tornando a oggi, è probabile che la difficoltà nel definire un’identità dell’arte italiana chiara, netta e riconoscibile risieda soprattutto in uno “scollamento” tra l’attività critica, capace di affiancare e accompagnare quanto viene proposto, e l’artista stesso. Esistono figure storiche che hanno segnato importanti sodalizi di crescita e confronto, come Giorgio Morandi e Giuseppe Raimondi nella loro vicinanza poetica e interpretativa, Filiberto Menna e Marcello Rumma nella visione comune di una pratica curatoriale e critica come azione concreta. Allora, questo scritto, senza voler cadere in una forma di consumato passatismo ed enfatica celebrazione idealizzata del genius loci, intende evidenziare come l’arte contemporanea italiana possieda un’identità complessa e frammentata, soprattutto al di fuori dei contesti ufficiali, che necessita di essere ancora raccontata ed esplorata. Perdipiù, se si rimane circoscritti ai soli ambienti istituzionali, l’identità dell’arte italiana assume le sembianze di un tragico “appuntamento mancato” con il presente, anche a causa del peso della nostra storia, quanto mai ricca e stratificata.
Thomas Struth, Audience 11, Florence, 2004, stampa cromogenica montata su plexiglass UV, 185x298x6,5 cm, edizione 3/10, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino in comodato da Fondazione Arte CRT, 2006, Foto Paolo Pellion, Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Alcune volte il rapporto con questo patrimonio e il suo riferimento storico-culturale, pur rappresentando una risorsa imprescindibile, rischia di tradursi in una relazione sterile, fondata sulla ripetizione e sul citazionismo. Allo stesso modo le programmazioni museali hanno difficoltà a costruire narrazioni critiche capaci di incidere nel panorama internazionale e, al di là di alcune significative eccezioni, non riescono appieno a elaborare solide esposizioni capaci di restituire la complessa identità dell’arte italiana. Per questa ragione l’indagine di tale specificità deve necessariamente essere condotta da curatori, critici e scrittori anche al di fuori dei contesti istituzionali consolidati, riconoscendo nella ricerca indipendente uno dei luoghi più autentici e vitali della produzione artistica contemporanea.
Editato da Marianna Reggiani
Note bibliografiche
1 Claude Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, a cura di Paolo Caruso, Nuovo Politecnico, Einaudi, 1967, p. 101.
2 Ida Magli, Omaggio agli Italiani. Una storia per tradimenti, Bur Rizzoli, Milano, 2019, p. 9.
3 Pier Paolo Pasolini, La mia provocatoria indipendenza, dalla rubrica Il Caos, in «Tempo», n. 2, a. XXXI, 11 gennaio 1969, p.10.
4 Gianpaolo Cacciottolo, Traiettorie italiane. Critica d’arte, curatela e identità nazionale, Postmedia Books, 2024, pp. 59 – 70.