In Space No One Can Hear You Laugh (Stay Human) – Dieci Anni Dopo

A dieci anni da In Space No One Can Hear You Laugh, la mostra curata da Clarissa Tempestini presso la Galleria Giovanni Bonelli nel 2016, questa nuova edizione riunisce artisti italiani e internazionali di diverse generazioni, riprendendo il format della mostra di dieci anni fa. Un anniversario che diventa l’occasione per fermarsi e guardare, per un attimo, a ciò che è successo a noi e al mondo in un lasso di tempo relativamente breve e, allo stesso tempo, paradossalmente infinito. L’aggiunta di “Stay Human” al titolo originale è deliberata: nasce dalla riflessione maturata in questi dieci anni e dalla consapevolezza dei profondi cambiamenti che hanno avuto luogo in un periodo di tempo così breve. La frase si riferisce direttamente a 1984 di George Orwell, dove la possibilità di rimanere umani diventa una forma di resistenza contro un sistema capace di controllare non solo il comportamento, ma anche il pensiero, la memoria, il desiderio e, in ultima analisi, la percezione stessa della realtà. Oggi Stay Human acquista una nuova urgenza, la minaccia non è più soltanto che gli esseri umani possano essere controllati dall’esterno, ma che la definizione stessa dell’umano possa essere trasformata dall’interno: “Se puoi sentire che rimanere umani vale la pena, anche quando non può avere alcun risultato, allora li hai sconfitti.”
Dieci anni fa, la mostra prendeva avvio dal libro “Making Worlds: Art and Science Fiction”, interrogandosi sulla capacità condivisa dell’arte e della fantascienza di costruire mondi anziché limitarsi a rappresentarli. La fantascienza non era intesa come repertorio iconografico, ma come metodo, un modo di immaginare realtà alternative, mettere in discussione il presente e produrre nuove possibilità di esistenza. Dieci anni dopo, quella stessa domanda ritorna, ma il contesto è completamente cambiato. Non viviamo più nell’attesa del futuro, viviamo dentro una realtà che ha assunto essa stessa la forma della fantascienza, con un’intelligenza artificiale che genera immagini più velocemente di quanto possiamo comprenderle, algoritmi che organizzano ciò che vediamo, anticipano i nostri desideri e modellano i nostri comportamenti. Il corpo è diventato un sistema di dati, nel quale il sonno, il battito cardiaco, l’alimentazione e il movimento vengono continuamente registrati, misurati e ottimizzati. La promessa è una vita più efficiente e la conseguenza è che ogni aspetto dell’esistenza rischia di diventare controllabile. La trasformazione in atto non è soltanto tecnologica, ma antropologica, non stiamo semplicemente costruendo macchine che assomigliano sempre più agli esseri umani, stiamo costruendo un’idea dell’umano che assomiglia sempre più al funzionamento della macchina, una macchina di cui non sappiamo nemmeno davvero come funziona.
L’ascesa del transumanesimo e del postumanesimo ha reso sempre più concepibile la possibilità di modificare e persino superare le condizioni biologiche tradizionalmente intese come costitutive dell’esistenza umana, i confini tra il biologico e l’artificiale non sono più categorie stabili. La questione quindi non è semplicemente cosa la tecnologia ci permetterà di diventare, ma cosa potrebbe andare perduto nel processo, e come la cultura e l’arte possano rispondere a tutto questo e continuare ad aiutare a plasmare il mondo che abitiamo, ricordandoci chi siamo (o cosa siamo). Le opere riunite in questa mostra emergono precisamente da questa frattura, non illustrano il futuro né propongono scenari distopici, ma sono già suoi abitanti. Figure ibride, organismi sintetici, corpi mutanti, animali immaginari, reliquie, automi e presenze post-organiche popolano lo spazio espositivo come se appartenessero a una nuova tassonomia dell’umano.
Le creature di Michele Gabriele sembrano abitare un mondo oltre l’umano; i loro corpi ibridi e i loro sguardi espressivi trasmettono una profonda malinconia, il disorientamento di un’esperienza umana che sembra aver perduto i propri punti di riferimento. Le iconografie rituali di Monia Ben Hamouda interrogano la frammentazione e la complessità delle identità contemporanee e delle costruzioni culturali attraverso cui si formano. Petrit Halilaj continua a costruire mondi nei quali memoria, desiderio e affetto diventano strumenti di resistenza e sopravvivenza. Le opere di Sofia Salazar Rosales mettono in relazione corpo, architettura e materia, mostrando come anche gli oggetti e gli spazi possano conservare le tracce delle trasformazioni umane. Le teste robotiche di Mattia Moreni, realizzate decenni fa, sembrano oggi meno fantascientifiche che documentarie: non rappresentano macchine, ma esseri umani già trasformati dalla macchina. Le pratiche di Corinna Gosmaro, Selma Selman, Julius von Bismarck, Tyra Tingleff, Heike Kabisch, Kasia Fudakowski, Michela Nosiglia, CCH, Francesca Dimina, Chiara Calore e Alvaro Urbano ampliano questa riflessione attraverso dipinti, sculture e installazioni che mettono continuamente in discussione i confini tra organismo e artificio, memoria e trasformazione, natura e costruzione culturale.
Sappiamo tutti che cercare risposte all’interno dello spazio di una mostra significa confrontarsi con i limiti stessi della nostra capacità di comprendere la realtà, questa lezione, ormai, l’abbiamo imparata piuttosto bene, e questa mostra non fa eccezione. Nessuna soluzione e nessuna risposta: le opere rendono soltanto visibile lo scarto tra il tempo dell’esperienza vissuta e quello necessario alla sua elaborazione. È all’interno di questo intervallo, tra passato e futuro, che lo spazio espositivo conserva la propria funzione critica, non quella di spiegare il presente, ma di renderne visibile l’irriducibile complessità.