TEMPO DI SEMINA | Teresa Satta









TEMPO DI SEMINA di Teresa Satta è un progetto artistico che esplora come gli individui adoperano formule, incantesimi e rituali al fine di orientare la sorte, o per scaramanzia.
Una pubblicazione che racchiude un archivio alchemico sulla magia che abita il mondo.
L’ottavo episodio nello spazio espositivo ex-Edicola, luogo un tempo deputato alla circolazione quotidiana di notizie, immagini e cultura pop, mette in circolo un archivio in divenire.
TEMPO DI SEMINA è una raccolta di frasi, gesti, formule e ritualità che custodiscono forme di sacro domestico: piccoli saperi tramandati, pratiche di protezione, parole da pronunciare, azioni da compiere, conoscenze che abitano la dimensione intima e quotidiana.
L’archivio nasce da un gesto di raccolta pensato per mettere in comune, rendere disponibile, restituire. In un presente attraversato da politiche del controllo e della paura, mentre l’incertezza sembra ridefinire continuamente gli scenari delle nostre vite, l’artista apre lo spazio dell’arte e del fare-sapere alla collettività, trasformandolo in un luogo di scambio e di proliferazione.
Le pubblicazioni che compongono il nucleo centrale dell’installazione sono dunque oggetti da prendere, leggere, portare con sé e far circolare. Le frasi raccolte possono essere intese come semi: il loro potere non risiede nella conservazione, ma nella possibilità di essere disseminate. Più circolano, più possono generare altre forme di conoscenza, essere ripetute, trasformate, trasmesse, moltiplicate.
L’opera si interroga così sulle forme attraverso cui il sapere viene prodotto, custodito e distribuito, e sulla relazione tra sapere e potere. Ma soprattutto si concentra su quelle conoscenze minori, quotidiane e spesso non riconosciute che sopravvivono al di fuori dei sistemi ufficiali di trasmissione.
Sono saperi che si organizzano dal basso, che passano di corpo in corpo, di casa in casa, di generazione in generazione; forme di autocoscienza e di autodeterminazione che possono diventare strumenti di relazione e di resistenza.
La pubblicazione non costituisce quindi un esito conclusivo, ma un dispositivo aperto. Il processo di raccolta continua: chiunque può contribuire inviando una propria frase, un gesto, una formula, una pratica o una ritualità legata al proprio sacro domestico.
L’archivio rimane così permeabile, in continua espansione, alimentato dalla possibilità che ogni sapere condiviso ne generi un altro.
Dentro e fuori l’ex-Edicola, due elementi accompagnano e amplificano questo processo.
All’interno, un poster realizzato interamente a mano, attraverso una presenza materica e quasi rituale, riporta una delle formule raccolte: «mangia, che devi essere mangiato». Modo di dire tranese che, sottratto al contesto originario, entra nello spazio pubblico dell’edicola come un incantesimo.
All’esterno, un’insegna in stoffa raffigura una pianta di stramonio, pianta dalla lunga e ambivalente storia culturale, rituale e simbolica. La sua presenza introduce nello spazio urbano una forma di vita che sfugge alle categorie dell’ordine e dell’utilità: una pianta che cresce ai margini, difficile da addomesticare, e che diventa qui figura di forme di vita non autorizzate.
L’ex-Edicola si trasforma così da luogo di distribuzione dell’informazione a luogo di redistribuzione del sapere.
Un archivio che non chiede di essere semplicemente consultato, ma attraversato e rimesso in circolo.
Un gesto collettivo in cui raccogliere significa, allo stesso tempo, seminare.
Questo episodio dell’ex-Edicola è stato finanziato grazie al Contributo economico ordinario 2026 del Comune di Siena.
