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Martina Zanin: Every Caress, a Blow. Tra terrore e cura

Di Dobroslawa Nowak

24.03.2026

Alla mostra Every Caress, a Blow (Ogni carezza, un colpo) presso la Fondazione Pastificio Cerere a Roma — aperta fino al 18 aprile 2026 e a cura di Antonio Grulli — Martina Zanin esplora la complessità delle dinamiche relazionali.
L’artista osserva con distanza la materia delicata dei processi psicologici, affinando lo sguardo fino a renderlo freddo e analitico: un atto di protezione, per non essere travolta dall’intensità di assenze, ricordi, traumi, tensioni e rapporti di forza che la attraversano.
Allo stesso tempo, questa dimensione analitica — una scultura in metallo raffigurante un artiglio di rapace, ripetuta e risonante nello spazio, unica presenza sulla parete; oppure la fotografia dello sguardo agghiacciato di un coniglio nascosto dietro l’erba alta, sul pavimento, nell’angolo della sala — è così trattenuta da rendere chiaro che il distacco emotivo non è neutrale. È un terrore immobilizzato.

La mostra si avvale di fotografia, scultura e installazione per indagare il limite ambiguo tra protezione e controllo, affetto e dominio, eredità e possesso, nonché le forme che assumono le relazioni sottoposte a tali tensioni. In Every Caress, a Blow, l’identificazione si sposta sull’animale e sul suo rapporto con l’essere umano.
Avendo già affrontato questo nodo in un precedente testo critico (Animalità nell’arte contemporanea e comunicazione interspecifica, Kabul Magazine, 2022)1, ritrovarlo qui stimola una riflessione interessante.

Installation view Martina Zanin, EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere.

Nel suo libro fotografico I Made Them Run Away (2021), Martina Zanin racconta una breve storia domestica vissuta in tre: lei, sua madre e una figura maschile, presenza generica e non costante nella vita di entrambe. Nel ricordo intimo rievocato nella pubblicazione, Zanin torna a un episodio d’infanzia: da bambina, dopo aver raccontato alla madre la sua giornata, dopo averle mostrato ciò che ha imparato ballando e cantando davanti alla televisione, l’uomo interruppe la sua performance dicendo: “Si è fatto tardi, è meglio che vada”. Seguì uno sguardo della madre e una frase rimasta impressa nella memoria dell’artista: “Possibile che devi farli scappare tutti?”2

Avvicinarsi al lavoro di Martina Zanin richiede il riconoscimento della vulnerabilità di questa bambina, raccontata dalla stessa artista: brevi ma potenti storie che riemergono nelle mostre e nelle pubblicazioni. È proprio questo intreccio emozionale, di cui è stata involontariamente partecipe, sovraccaricata da un peso non del tutto suo, a generare un’energia che poi riemerge in forma artistica “organizzata”: talvolta più oggettiva, una sorta di  “laboratorio” visivo e scultoreo, dove il carico emotivo viene reciso con un bisturi, sterilizzato e separato in provette; altre volte contestualizzata o occulta, come la sua fotografia dello specchio velato dal vapore o lo scatto dell’intensa luce arancione che illumina il fondo del bosco.

Installation view Martina Zanin, EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere. / Martina Zanin, A PREDATOR, IS A PREDATOR, IS A PREDATOR…, 2026. Bronzo, 65x5x8 cm. Courtesy l’Artista e Nashira Gallery. Installation view EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere.

Tra sculture, fotografie e installazioni, Every Caress, a Blow mette in scena la tensione interiore che deriva dall’esperienza personale, tra psicologia, etologia e spiritualità. La mostra indaga il modo in cui corpo e identità si definiscono attraverso dinamiche affettive di potere e protezione, che legano in modo indissolubile il soggetto a chi lo accudisce. Antonio Grulli, curatore della mostra, fa riferimento alle diverse dimensioni della pelle — materiale, estetica, fino a quella filosofica: “La nostra epidermide è probabilmente il primo organo sensoriale di adesione al mondo. Viviamo la nostra pelle come la superficie su cui si deposita la nostra storia, sulla quale solo il dolore lascia segni evidenti. […] È lo spazio dell’intimo che resta, paradossalmente, l’organo più esposto.”3

La pelle è protagonista  in tutte e quattro le sale, guadagnando sempre più spazio a ogni passo, fino ad avvolgerci.

L’esperienza non colpisce subito. Nella prima sala, una serie di fotografie di rapaci, corpi umani e un coniglio: sguardi incrociati, una mano che si fonde con l’ala di un uccello, dettagli del corpo e istanti catturati esprimono chiaramente un tentativo di dare forma al conflitto emotivo, sospesi nello spazio con calma e nitidezza. Questa tensione diventa quasi fisica, un’invisibile linea tracciata con precisione tra un punto e l’altro. L’artista non introduce ancora un’esperienza sensoriale: ci trattiene finché non siamo pronti.

Installation view Martina Zanin, EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere. Credits: Carlo Romano

La libertà di essere soltanto osservatori si capovolge nella seconda sala. Le sculture di cuoio scuro appese al muro sono realizzate tramite l’assemblaggio di guanti da falconeria. Da un lato siamo ancora spettatori; dall’altro, i guanti suscitano una serie di desideri: toccarli, indossarli, annusarli, decifrando la serialità e lo scopo decorativo di questi oggetti originariamente funzionali. Gran parte di questa esperienza avviene a livello inconscio; anche noi siamo fatti di pelle.

Installation view Martina Zanin, EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere. Credits: Carlo Romano

Più avanti la pelle, materiale a noi così familiare, comincia a pungere. A mezza parete, ad altezza dello sguardo, si trova un’unica scultura in metallo, composta da un artiglio di rapace ripetuto “colto nell’atto di ghermire la preda” 3. Come sottolinea il curatore: “La freddezza della sequenza fa emergere la spietatezza del potere e della violenza, spesso incentrata su ritualità precise e implacabili”4. Non si può evitare di percepire la sofferenza, quasi automaticamente intrecciata all’atto della ripetizione. Basta pensare all’attesa di ricevere un castigo , immaginare il dolore che questo comporta per il solo fatto di averlo già vissuto prima. È un metodo, simile a quello usato nel percorso dell’educazione scolastica tradizionale, fondato non sulla comprensione ma sulla reiterazione meccanica di nozioni. La ripetizione è insita anche nella crudeltà di certi riti familiari o sociali che, sebbene talvolta si estinguano in una generazione, continuano a esistere proprio perché il loro potere risiede nell’essere ripetuti.

Martina Zanin, A PREDATOR, IS A PREDATOR, IS A PREDATOR…, 2026. Bronzo, 65x5x8 cm. Courtesy l’Artista e Nashira Gallery. Installation view EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere.

Nell’ultima stanza della mostra, dove l’installazione esposta è ormai più grande di noi, ci sentiamo finalmente abbracciati. Proviamo una sorta di sollievo, anche se non è chiaro il motivo. Incontriamo una rigida struttura metallica con un nucleo abitativo in pelle al suo interno: teoricamente niente di piacevole, ma dolce e sicuro rispetto a quanto incontrato finora. Potremmo definirla una tana, con lo spazio per una sola persona. Il suo cuoio trasmette la stessa presenza di quell’animale che, lungo il percorso, ci ha fatto paura, ci ha impressionato, ci ha ricordato le nostre debolezze inducendoci a provare pena. La pelle che ci avvolge ha ancora il suo odore; dentro non c’è luce. È un inizio e una fine sicuri.

Non è frequente — né semplice — coinvolgere la presenza animale nell’opera d’arte mantenendo una distanza dall’identificazione. Già nel 1986 Bill Viola, a proposito del suo video I Do Not Know What It Is I Am Like, parlava di “un’indagine personale sugli stati interiori e sulle connessioni con la coscienza animale che tutti portiamo dentro”5. In questa prospettiva, Zanin arriva a incarnare, attraverso l’animale, i due poli dello spettro, fino a farli collassare: la preda diventa predatore e il predatore si rivela fragile.

Martina Zanin, AMBIENTI. TANE – Rabbit Hole, 2026. Cuoio, tubi, giunti, 330x380x450 cm (dimensioni variabili). Courtesy l’Artista e Nashira Gallery. Installation view EVERY CARESS, A BLOW, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere.

Editato da Marianna Reggiani

¹,5 Animalità nell’arte contemporanea e comunicazione interspecifica, Dobroslawa Nowak https://www.kabulmagazine.com/animalita-nellarte-contemporanea-e-comunicazione-interspecifica
² I Made Them Run Away, Martina Zanin  https://www.skinnerboox.com/books/imadethemrunaway
3,4 Every Caress, a Blow, Martina Zanin https://www.pastificiocerere.it/mostre-attivita/martina-zanin-every-caress-a-blow

Dettagli della mostra:
Titolo: Martina Zanin: Every Caress, a Blow
Artista: Martina Zanin
Curatore: Antonio Grulli
Luogo: Fondazione Pastificio Cerere, Roma
Date: 19 febbraio – 18 aprile 2026