The Italian Art Guide

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3 mostre da vedere a luglio

La nostra guida alle mostre in Italia

07.07.2026

Spesso la resistenza più radicale non passa per la monumentalità delle forme, ma per l’evocazione di categorie storicamente svalutate o lasciate nell’ombra. Si attua così un processo di decostruzione silenzioso, di smembramento dei codici prestabiliti e della loro sistematica messa in discussione, scegliendo di fare della lateralità non un luogo di sottomissione, ma un territorio libero da costrizioni. 

È su questo crinale condiviso che si innestano le pratiche che scelgono come territorio d’indagine il vocabolario essenziale del gioco, una femminilità a lungo demonizzata o l’impossibilità di controllare i cicli fisiologici della natura. Esprimersi attraverso materiali e oggetti destinati a non durare, o legati a una manualità lenta e paziente, diventa così un atto di calmo sabotaggio contro i ritmi di una società iper-produttiva e performante.

Le tre mostre selezionate per il mese di luglio rappresentano tre sguardi che rinunciano alla monumentalità e al dato oggettivo per restituirci il valore politico del limite.

The Materiality of Judy Chicago - Alberta Pane, Venezia (fino al 22 novembre)

The Materiality of Judy Chicago, exhibition view, Alberta Pane Gallery Venice, ph Irene Fanizza

The Materiality of Judy Chicago, exhibition view, Alberta Pane Gallery Venice, ph Irene Fanizza

Quella di Judy Chicago è una sovversione silenziosa, che non passa per toni forti o autoritari ma per un rifiuto netto del concetto stesso di potere. Tramite una produzione di oltre sei decenni che spazia tra media storicamente considerati “minori” perché legati alla decorazione e all’artigianato, l’artista statunitense pioniera dell’arte femminista ha messo in atto un rovesciamento degli equilibri dominanti. Attraverso la pratica installativa – esemplare The Dinner Party, il lavoro più iconico della sua produzione che l’ha portata a domandarsi La mia arte riuscirà mai a emergere dall’ombra di The Dinner Party?” –  ha invece operato una restituzione di nomi femminili rimossi dalla storia, colmando un vuoto imperdonabile. 

Nella mostra presso la Galleria Alberta Pane, nell’ambito della Biennale di Venezia, Chicago coniuga alcune opere storiche ad un nuovo corpus che attinge al passato, facendo delle varie anime della sua produzione un discorso complessivo di rinuncia alle gerarchie e di attenzione verso il marginale. 

La nuova serie Judy Chicago: Lilies/Goddesses, mostrata ora per la prima volta al pubblico, riprende l’elemento della ninfea – chiaro e manifesto riferimento a Monet e agli Impressionisti – e lo trasla dalla pittura alla scultura installativa, variandone le dimensioni per adattarlo a diversi contesti e superfici, da tavoli a fontane. Un simbolo riconoscibile e iconico di grazia ed estrema eleganza pittorica diventa così elemento che oscilla tra il monumentale e l’infantile, monito del prossimo collasso climatico ma allo stesso tempo corpo colorato che invita al tatto, simile a un giocattolo. 

Chicago produce cortocircuiti e riscritture di senso, attingendo all’effimero, al femminile, alla decorazione e alla fragilità, tutte categorie demonizzate e laterali all’interno di un sistema maschile che celebra grandezza, potere, centralità, forza e che dimentica la ricchezza di tutto ciò che c’è al di fuori. 

Guendalina Malatesta - Galleria Umberto di Marino, Napoli (fino al 30 luglio)

Guendalina Cerruti, Guendalina malatesta, 2026, courtesy l’artista e Galleria Umberto Di Marino, Napoli, IT, foto Francesca Rossi

Guendalina Cerruti, Guendalina malatesta, 2026, veduta della mostra presso Galleria Umberto Di Marino, Napoli, IT. Foto di Danilo Donzelli

È il vocabolario del gioco quello delle sculture di Guendalina Cerruti. Perline colorate, farfalle, reti metalliche sono gli elementi di una pratica artigianale lenta e paziente che si svincola dalle regole della produzione iper veloce e performante.
Creazioni recentissime quelle esposte presso la galleria napoletana – la prima ad accogliere le opere di Cerruti in città – forti di un’estetica infantile costruita su processi minuziosi e attenti, sulla reiterazione di gesti e procedure, all’interno di un discorso che fa della fragilità delle strutture portanti un dato emotivo, sociale e collettivo: “Le mie sculture e pitture canalizzano un desiderio di emancipazione e auto-espressione per sovvertire le tendenze contemporanee di conformismo culturale e intellettuale”. Ecco quindi che quelle che sembrano costruzioni giocattolo, esercizi di manualità per una bambina vestita di rosa, sono in realtà il risultato di un discorso politico.

Chi decide quale creazione ha valore e quale no? Chi detta le regole all’interno del discorso creativo? Cerruti si interroga sulle ricadute psicologiche di un sistema improntato sull’iperproduzione, scegliendo per sé una strada alternativa rispetto ai ritmi incompatibili con una ricerca artistica fondata sull’onestà e sulla comprensione dei limiti.

Anafora - Palazzo Collicola, Spoleto (fino al 10 gennaio 2027)

Giuseppe Penone, Struttura del tempo, 1992. Bronzo, 70 × 40 × 302 cm. Veduta della mostra Anafora a cura di Saverio Verini, Palazzo Collicola, Spoleto, 2026. Foto: Giuliano Vaccai. (sinistra); Giuseppe Penone, Indistinti confini Rhenus, 2012. Marmo bianco di Carrara, 147 x ø 20 cm; base 27 x 33,5 x 21,5 cm. Veduta della mostra Anafora a cura di Saverio Verini, Palazzo Collicola, Spoleto, 2026. Foto: Giuliano Vaccai. (destra)

L’anafora è un meccanismo di ripetizione verbale che crea continuità, legame e stabilità all’interno dell’organismo-frase. A questo concetto di “sicurezza sintattica”, nella mostra a Palazzo Collicola Giuseppe Penone sovrappone l’effimero e il transitorio che da sempre contraddistinguono la sua ricerca. Una selezione di opere scultoree tra le più rilevanti della sua produzione è allestita lungo la Galleria del palazzo, collocando i lavori in diretta corrispondenza delle finestre. Nel consueto gioco di interazione tra umano e naturale, duraturo e deperibile, il percorso costruito attorno agli ambienti storici del palazzo si sofferma sulla caducità della materia e sulla labilità dei confini tra interno ed esterno.

L’andamento ritmico e solido suggerito dal titolo si realizza attraverso elementi naturali e, per questo motivo, intrinsecamente sfuggenti: dalla luce atmosferica che passa attraverso i vetri e si irradia sulle sculture variando nel corso della giornata, al materiale ligneo delle opere stesse, in cui si incastrano tracce metalliche o innesti che interferiscono con il naturale sviluppo della materia biologica. Penone attua così una destrutturazione della monumentalità settecentesca dello spazio ospitante: la scultura non è più affermazione di potere o una forma immutabile nel tempo, ma un corpo vivo, permeabile e vulnerabile. 

In perfetta continuità con l’approccio antisistemico dell’Arte Povera, la mostra diventa un esercizio di ascolto e di sintonizzazione su scale temporali non umane, che ridefinisce il valore del fare artistico non come imposizione di una forma controllabile, ma come accoglienza del limite e della trasformazione biologica.