Chi ha paura di Nan Goldin?
di Dobroslawa Nowak
28.01.2026
Tra ottobre 2025 e metà febbraio 2026, Nan Goldin, insieme al curatore Fredrik Liew e ai curatori interni di HangarBicocca Roberta Tenconi e Lucia Aspesi, ha presentato This Will Not End Well, la prima mostra dedicata al suo lavoro come filmmaker. L’esposizione ha incluso una vasta selezione dei suoi slideshow—accompagnati da musica—insieme a una nuova installazione sonora.
Il lavoro di Goldin annulla la distanza tra spettatore e soggetto, immergendosi in una prossimità intima e spesso straniante con amici e familiari. La mostra non è una retrospettiva tradizionale né una panoramica lineare della sua carriera; si sviluppa come una serie di ambienti immersivi dove fotografia, suono e tempo si incontrano.
Nonostante questa differenza formale, il messaggio centrale è lo stesso: ciò che cambia è il mondo intorno a lei. L’esposizione cruda e diaristica che un tempo scioccava oggi appare come un linguaggio visivo familiare, così pervasivo da influenzare l’estetica contemporanea. In una cultura in cui la vita privata viene costantemente riciclata come contenuto pubblico, il serpente si morde la coda. Forse, invece di chiedersi “Chi ha paura di Nan Goldin?”, dovremmo chiederci: cosa dimostra il fatto che ormai non la temiamo più? Un tempo la temevamo perché rivelava troppo; oggi potremmo temerla perché ci ricorda quanto poco resta da rivelare.
Nan Goldin, C as Madonna in the dressing room, Bangkok, 1992, courtesy Pirelli HangarBicocca
Le oscure e ampie sale dello spazio Pirelli HangarBicocca sono ideali per gli esperimenti di Chen Zhen, i riferimenti rituali di Sheela Gowda e gli ambienti basati sulla luce di Cerith Wyn Evans. Eppure, forse sorprendentemente, lo spazio si dimostra perfettamente adatto anche a mostre che manifestano un senso di intimità.
Si potrebbe pensare che un ex complesso industriale sia adatto a tutto tranne che al delicato tessuto della psicologia e dell’emozione umana. Eppure l’equilibrio che offre sembra perfettamente sintonizzato con opere che richiedono un coinvolgimento profondo. CROSSOVER/S (2017) di Mirosław Bałka e This Will Not End Well (2025) di Nan Goldin mostrano come collocare l’essere umano—psicologicamente ed emotivamente—in un contesto industriale generi una risonanza profonda.
Il lavoro iconico di Nan Goldin esplora da sempre l’esperienza umana, influenzando generazioni di artisti. Il suo progetto seminale, The Ballad of Sexual Dependency (1981–2022)—anch’esso in mostra—documenta la vita a Provincetown, New York, Berlino e Londra dagli anni ’70 e ’80 fino al presente. Le sue fotografie combinano momenti domestici silenziosi a notti sfrenate, rivelando la tensione tra libertà e dipendenza. Per una generazione che ha vissuto prima dello scoppiare dell’AIDS e al di fuori delle norme mainstream, il lavoro di Goldin costituisce anche un documento storico essenziale.
Nan Goldin, Gravestone in pet cemetery, Lisbon, 1998, courtesy Pirelli HangarBicocca
La pratica di Goldin si è sempre fondata sulla partecipazione, escludendo qualsiasi neutralità che viene spesso associata alla fotografia documentaria. Negli anni ’80 questo significava sfumare il confine tra realtà e illusione; oggi quel confine è del tutto dissolto. Tuttavia, c’è una differenza cruciale tra l’infinito flusso di ritratti intimi che saturano il mondo digitale—immagini che, considerato il significato stesso di “intimo”, finiscono per contraddirsi nel momento in cui vengono rese pubbliche—e ciò che Goldin propone. Per lei la macchina fotografica non è solo uno strumento per catturare; è un medium di relazione. La sua macchina, come noto, “scompare”, lasciandoci con le persone che ha fotografato, ancora sorprendentemente vive nella cornice fotografica, nonostante molte di loro non ci siano più. Ci dona la loro fiducia e il loro affetto.
La perdita è un tema centrale sia di questa mostra sia dell’intero lavoro di Goldin. Le morti per AIDS, la dipendenza da sostanze e il suicidio hanno devastato la sua comunità. Eppure né questa mostra né la sua opera più ampia funzionano come un memoriale. Le persone che ha fotografato—che hanno vissuto intensamente e per momenti fugaci hanno attraversato l’obiettivo—restano vividamente presenti. Se la fotografia di Goldin non parla più soltanto di intimità, continua a parlare di resistenza. La vita è più grande della sua stessa fine, e l’amore e la premura che lei prova per amici, amanti e familiari seguono la sua macchina fotografica in momenti di estrema vulnerabilità, malattia e morte.
Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependency, 1981-2022, Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2025 © Nan Goldin, Courtesy the artist, Gagosian, and Pirelli HangarBicocca, Milan, Photo Agostino Osio
Nell’esposizione, grandi proiezioni e colonne sonore immersive trasformano la ritmica altenanza di immagini statiche in esperienze dilatate nel tempo. Ogni presentazione occupa uno spazio distinto, progettato in risposta all’opera specifica dall’architetta Hala Wardé, collaboratrice abituale di Goldin. Per coinvolgersi appieno con ogni opera è necessario tempo e resistenza; questi lavori non possono essere sfogliati rapidamente o vissuti fuori dall’ordine che Goldin ha previsto per la propria narrazione. Le fotografie di Goldin sono intensamente sature di colore, lampi di luce illuminano bar, letti disordinati e altre scene intime. Il colore raramente mira a replicare la realtà; è manipolato deliberatamente per intensificare l’emozione.
La sua verità radicale ora si estende oltre il personale, collegando la sofferenza privata a storie collettive di violenza e ingiustizia. L’urgenza politica entra attraverso l’esperienza vissuta, filtrata dalla stessa intensità affettiva che caratterizzava il suo lavoro precedente. A Milano, la sua solidarietà con i Palestinesi si è manifestata in Gaza (2025), un montaggio in loop di filmati prelevati dai social media che documentano la guerra senza una narrazione.
Dalle prime esplorazioni di amicizia, desiderio e perdita al suo recente impegno con storie collettive di ingiustizia, la fotografia di Goldin rifiuta ogni distacco. Ci obbliga a vedere, sentire e testimoniare.
Nan Goldin This Will Not End Well Exhibition view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2025 © Nan Goldin, Courtesy the artist, Gagosian, and Pirelli HangarBicocca, Milan, Photo Agostino Osio
Editato da Marianna Reggiani
Informazioni:
This Will Not End Well
Nan Goldin
Fondazione Pirelli HangarBicocca
via Chiese 2, 20126 Milano
Da 11/10/2025 a 15/02/2026