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Venezia come infrastruttura fragile di estrazione simbolica

Di Andrea Saravalle

08.09.2026

Tra gli autori selezionati attraverso la open call per saggi critici sulla 61ª Biennale di Venezia.

Venezia è bella, e c’è poco da aggiungere. È una città come nessun’altra al mondo, frutto di secoli di perfezionamento architettonico e della determinazione a costruire, su una laguna, quel tipo di solidità che normalmente associamo a una città di migliaia di abitanti. Un concetto che potrebbe sembrare quasi assurdo, se non fosse per il fatto che Venezia l’abbiamo vista e attraversata. Ed è all’interno di questo mondo, di questa realtà, che trova posto la Biennale di Venezia.

Per secoli, Venezia è stata un centro di scambio di merci e un crocevia di idee, visioni e forme dell’ambiente costruito. Quando parliamo di ambiente costruito, non intendiamo semplicemente la somma dei suoi edifici, delle strade, dei ponti, delle piazze e delle calli, ma tutto ciò che una città può incorporare nel proprio DNA, nella propria essenza, nel proprio carattere unico e inconfondibile, riconoscibile fin dal primo momento.

In effetti, potremmo scambiare una strada di una città per quella di un’altra, ma non potremmo mai confondere una calle veneziana con una strada di qualsiasi altro luogo. La Biennale non si limita a svolgersi, esistere e tramandarsi, un’edizione dopo l’altra, all’interno di Venezia: viene creata grazie a Venezia, attraverso un legame indissolubile e intrinseco all’unicità forgiata dall’arte e dall’esperienza vissuta.

ph Francesco Ungaro

A prima vista, camminare tra le calli e le piazze di Venezia può dare la sensazione di trovarsi all’interno di un teatro, su un palcoscenico, o nella splendida scenografia di un film o di un’opera letteraria, ma dobbiamo riconoscere che questa visione non restituisce la realtà nella sua piena concretezza.

Venezia, infatti, è una vera e propria infrastruttura produttiva. La disposizione degli edifici, così come è stata concepita nel corso dei secoli, facilita il commercio, il flusso di persone e tutte quelle attività che sono state intrinseche alla città veneziana per secoli. Definire un’infrastruttura significa riconoscere le architetture fisiche che consentono il movimento non solo delle persone, ma anche degli oggetti e delle idee.

È per questo che chiunque attraversi Venezia intraprende un’esperienza unica e inconfondibile, una sorta di viaggio attraverso l’arte. Gli stessi edifici scandiscono il ritmo e rendono immediatamente riconoscibile il luogo in cui ci si trova, in qualsiasi momento del giorno o della notte. Mentre navighiamo lungo i canali, possiamo chiederci se Venezia sia fragile e, per certi versi, potrebbe esserlo da alcuni punti di vista ingegneristici, soprattutto in relazione al riscaldamento globale e all’innalzamento del livello del mare. Vorrei tuttavia sottolineare che la natura di questa città non equivale a immobilità o stagnazione eterna. 

Parliamo di una città in costante evoluzione e costante adattamento: una città chiaramente identificabile e i cui punti di forza e di debolezza sono evidenti, ma che è sempre capace di plasmare la propria realtà in risposta al mutare dei tempi.

È proprio questa tensione tra aspirazioni e realtà attuale a rendere Venezia un caso unico e distintivo. Non stiamo semplicemente parlando di una città che sfida le convenzioni perché costruita su una laguna; piuttosto, vogliamo sottolineare una città che ha continuamente negoziato il cambiamento senza compromettere la forza della propria forma.

ph Ron Lach

Questa prospettiva ci permette di comprendere meglio il potere e il valore generati dalla Biennale.

Monica Sassatelli sottolinea come le biennali siano luoghi di produzione simbolica, ovvero meccanismi capaci di posizionare opere e artisti all’interno di un sistema di significati. È qui che il valore intrinseco nasce dall’interazione tra selezione, esposizione e ricezione da parte del pubblico.

La città di Venezia, dal canto suo, non partecipa passivamente, ma contribuisce a creare le condizioni per il riconoscimento, l’unicità e il privilegio. Numerosi studi evidenziano come le sedi per l’integrazione del patrimonio culturale siano fondamentali per creare relazioni bidirezionali e interdipendenti. Il luogo in cui si tiene una mostra rappresenta quindi un ulteriore elemento distintivo, che si aggiunge a un valore già consolidato: una sorta di input attraverso il quale il prodotto acquisisce un valore concreto e identificabile.

Ampliando per un momento l’analisi, possiamo osservare come le economie culturali urbane siano profondamente legate alle specificità territoriali e alla morfologia. Venezia, naturalmente, porta questo esempio a un livello estremo e particolarmente interessante, in una perfetta fusione di architettura, acqua e memoria. Le pratiche che vi si svolgono sono capaci di generare un risultato complessivo difficile da ottenere in altri contesti, se non in piccole destinazioni turistiche progettate come repliche.

ph Tima Miroshnichenko

La Biennale attinge fortemente a questa unicità e a questa capacità di rendersi immediatamente riconoscibile, rinnovandole e consentendo l’accesso ai linguaggi singolari che si sono sviluppati nel corso dei secoli all’interno della città. Si tratta quindi di una sorta di co-produzione tra la città e la Biennale: il prestigio della Biennale rafforza la centralità culturale di Venezia, mentre l’unicità della città rende quel prestigio quasi inseparabile dal luogo in cui l’evento è nato e a cui la mente umana lo associa immediatamente.

In termini economici, la cultura, o meglio, l’economia della cultura, offre un esempio molto interessante di questa relazione. David Throsby, infatti, definisce il capitale culturale come un’attività capace di generare nel tempo continui flussi di valore culturale ed economico.

Se applichiamo questa definizione al patrimonio urbano, la prospettiva che ne deriva ci permette di considerare la città storica come una forma vivente di capitale. La produttività economica e turistica, così come il benessere sociale, dipende chiaramente dalla capacità di preservarne le caratteristiche e trasmetterne la qualità. Possiamo quindi definire Venezia come uno stock di capitale tangibile e intangibile.

La Biennale, d’altra parte, è uno dei meccanismi attraverso cui questo stock viene attivato e i suoi flussi di valore simbolico vengono fatti circolare a livello internazionale. Abbiamo affermato all’inizio che Venezia non è statica: in concomitanza con la Biennale, riesce a valorizzare il proprio valore simbolico attraverso questa circolazione.

Questa è una forma di estrazione simbolica che consente a opere, artisti e istituzioni di ottenere visibilità e legittimazione del proprio valore, rafforzando così la propria posizione all’interno di uno spazio riconosciuto a livello globale, con effetti moltiplicatori a cascata e strettamente interconnessi.

ph Rafael Minguet Delgado

Il flusso complessivo può espandersi a scapito dello stock, che è per sua natura limitato. A coloro che considerano la Biennale come un’entità che attinge da Venezia, come se quest’ultima fosse un pozzo inerte, dobbiamo ricordare che la città stessa è una componente attiva del processo che produce quel prestigio. Non esiste, infatti, un valore preesistente né una città chiamata a certificarlo; il valore emerge dalla relazione tra contenuto culturale e spazio urbano.

Questa unione non si sviluppa in un’unica direzione: mentre Venezia conferisce riconoscibilità e un forte senso di identità alla Biennale, la Biennale, dal canto suo, rivitalizza gli spazi e permette a Venezia di riaffermarsi come area urbana in cui il presente viene esposto, discusso e immaginato da una prospettiva futura. Abbiamo accennato al concetto di fragilità, ed è ora il momento di chiarire questo punto.

“Fragile” non è l’opposto di “infrastruttura”, anche se quest’ultimo termine può essere comunemente associato a un ponte o a un edificio. L’infrastruttura, infatti, è per sua natura temporanea: attraversa fasi di utilizzo, deterioramento, manutenzione e riparazione, che modificano continuamente la materia e le relazioni che essa mantiene con la città. La manutenzione può essere vista come noiosa e poco attraente agli occhi del pubblico, ma rimane un fattore fondamentale per preservare l’importanza della dimensione materiale all’interno dell’esperienza.

Muoversi attraverso la città, così come trasportare, installare o adattare, richiede un impegno costante con la forma mutevole della città e con le esigenze che evolvono al suo interno. Prolungare la vita degli edifici è davvero importante, poiché genera benefici ambientali, sociali ed economici che si estendono oltre la singola struttura fino al più ampio contesto urbano. Il valore simbolico dipende quindi dal lavoro diffuso di cura, coordinamento e adattamento.

È proprio qui che possiamo introdurre il concetto di “grammatica degli attriti” come ulteriore quadro interpretativo.

ph Ivan Setzky

L’attrito si verifica quando la transizione da una risorsa a un risultato consuma tempo, informazioni, capacità organizzativa e fiducia. Non tutti gli attriti, tuttavia, sono uno spreco: in una città unica come Venezia, dobbiamo distinguere tra attrito dissipativo e attrito generativo. Il primo consuma energia senza migliorare l’esperienza o proteggere il luogo; il secondo, al contrario, mantiene l’esperienza radicata nel carattere unico di Venezia, rallentando lo sguardo e richiedendo adattamento.

È necessaria una precisazione: l’attrito generativo non equivale alla celebrazione del disagio fine a sé stesso, ma costituisce un vincolo che preserva il significato.

Questa distinzione modifica anche il modo in cui comprendiamo l’efficienza di un’infrastruttura fragile come Venezia, poiché le sue prestazioni non possono essere valutate esclusivamente sulla base della velocità dei flussi o del volume gestito. Un sistema può diventare più veloce e, allo stesso tempo, perdere le qualità che ne sostengono il valore.

La questione economica, quindi, consiste nel ridurre gli attriti che dissipano le risorse e nel preservare quelli che proteggono l’irripetibilità del capitale culturale. La fragilità non dovrebbe essere romanticizzata, poiché comporta costi reali di cura e coordinamento, ma può diventare un adattamento intelligente ai limiti.

Da questa prospettiva, la sostenibilità della relazione tra Venezia e la Biennale dipende dalla circolarità tra flusso e stock. Il capitale, infatti, conserva la propria capacità produttiva quando i flussi che genera non ne compromettono la qualità e quando una parte del suo valore viene reindirizzata per sostenerne la longevità. Nell’ambito culturale, questo ritorno non assume soltanto una forma finanziaria, ma può anche tradursi in conoscenze, competenze, attenzione alla manutenzione e nuove capacità di interpretare il patrimonio.

La questione economicamente rilevante diventa quindi: quale capacità rimane nel luogo una volta prodotto il valore simbolico? Potremmo definire “manutenzione simbolica” l’insieme dei processi attraverso i quali la visibilità viene riconvertita in cura e il prestigio nella capacità di durare.

ph Ivan Setzky

Ciò non significa attribuire alla Biennale la responsabilità complessiva di Venezia, né significa formulare una valutazione politica delle sue azioni. Significa riconoscere un principio di reciprocità.

Quanto più un evento globale dipende dall’unicità materiale di un luogo, tanto più il valore che produce dovrebbe contribuire a rendere l’infrastruttura di quel luogo leggibile e vitale. La manutenzione, in questo senso, non è quindi l’aspetto meno nobile e invisibile della produzione culturale, ma il processo che collega l’attenzione del presente alla possibilità di trasmettere il luogo al futuro.

Venezia offre così una prospettiva positiva e più ampia sulle economie simboliche globali, dimostrando che l’universalità della cultura non nasce dall’assenza di vincoli, ma dall’essere radicata in luoghi capaci di dare una forma concreta allo scambio.

Dimostra inoltre che un luogo fragile può generare valore senza essere consumato, quando quella fragilità viene riconosciuta come parte integrante del processo produttivo. La città, infatti, non è né una vittima passiva del proprio fascino né un bene scenografico a disposizione dell’evento, ma un’istituzione materiale complessa che partecipa alla produzione, alla circolazione e alla memoria dei significati.

La Biennale, quindi, non sarebbe la stessa altrove; la Venezia contemporanea non sarebbe culturalmente la stessa senza la Biennale. Questa interdipendenza rende la relazione economicamente significativa.

Definire Venezia come un’infrastruttura fragile di estrazione simbolica significa riconoscere che il prestigio globale ha fondamenti locali e materiali. La sua longevità dipende dalla capacità di trasformare l’estrazione in reciprocità, l’attenzione in cura e la visibilità nella capacità di durare nel futuro.

Tradotto in italiano da Dobroslawa Nowak

Editato in italiano da Marianna Reggiani

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