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5 mostre da vedere a ottobre

La nostra guida alle mostre in Italia

Di Maria Vittoria Pinotti     Pubblicato 06/10/2026

Ogni cosa è sempre anche qualcos’altro, così anche le riletture critiche dell’arte contemporanea dimostrano come artisti ormai circoscritti a determinati filoni di ricerca necessitino di essere reinterpretati. Tra le mostre selezionate per il mese di ottobre, una serie di artisti storicizzati vengono sottoposti allo sguardo critico di curatori che ne offrono una nuova, stimolante e inedita lettura. In tutti i casi il progetto espositivo si dimostra uno strumento di ricerca capace di lasciare i propri confini e di assumere una forma fluida in cui pittura, fotografia, installazione ambientale e filosofia concorrono alla costruzione di nuove prospettive di studio. Il presupposto comune a questi progetti è chiaro: come rileggere oggi un grande artista contemporaneo? Quali aspetti inediti della sua ricerca rimangono ancora da indagare?

Luciano Fabro. Abitare lo spazio, Pirelli HangarBicocca, Milano, fino al 21 febbraio 2027

Luciano Fabro, Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Lo Spirato 1968-73. Veduta dell’installazione, “YTALIA. Energia Pensiero Bellezza. Tutto è connesso”, Cappella Pazzi, Firenze, 2017, Courtesy Archivio Luciano e Carla Fabro, Foto Silvia Fabro.

Luciano Fabro con Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Lo Spirato, 1968-73, durante l’allestimento della mostra personale “Letture parallele IV”, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, 1980 © Archivio Fotografico A. Guidetti e G. Ricci, Foto Giovanni Ricci.

Dalla morte di Luciano Fabro, avvenuta nel 2007 poco prima dell’inaugurazione della mostra a lui dedicata al Museo Madre di Napoli, fino alla retrospettiva del Museo Reina Sofía di Madrid nel 2014, la sua ricerca non è stata più oggetto di progetti monografici di analoga ampiezza. A distanza di oltre un decennio, la Pirelli HangarBicocca di Milano, con la mostra Luciano Fabro. Abitare lo spazio, curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí e realizzata con la collaborazione di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro), propone una lettura inedita e affatto statica dell’opera di Luciano Fabro, concentrata sul rapporto che l’artista ha instaurato con lo spazio e la sperimentazione dei materiali. La mostra si rivela una necessaria ricognizione sulla sua ricerca, con particolare attenzione alla costruzione di ambienti immersivi e installazioni che sviluppano un’indagine fondamentale sulla percezione e la relazione tra spazio, corpo e materia. Il percorso espositivo raccoglie circa cinquanta sculture e installazioni, attraversando la produzione di Fabro dagli anni Sessanta e seguendo l’approfondimento attorno al concetto di habitat, sviluppato dall’artista a partire dagli anni Ottanta.

D is for Duchamp the Deep Dyed Deceiver, Arsenale Institute for Politics of Representation, Venezia, fino al 22 novembre

Christer Stromholm, Marcel Duchamp, 1961, stampa su carta

D is for Duchamp the Deep Dyed Deceiver, veduta dell’allestimento, Arsenale Institute, Venezia

Sebbene in occasione della Biennale di Venezia si assista a numerose e vivaci iniziative culturali, emergono anche forme espositive inconsuete, capaci di aprire nuovi fronti di studio e di offrire inedite prospettive teoriche. All’Arsenale Institute for Politics of Representation, centro di ricerca internazionale indipendente fondato nel 2006 e rivolto agli studi filosofici e culturali, è in corso D is for Duchamp the Deep Dyed Deceiver, curata da Wolfgang Scheppe con Bastiaan van der Velden, Zoë Wismeth e Max Glader. La mostra raccoglie un corpus di documenti e materiali che testimoniano il processo di ricezione dell’opera di Marcel Duchamp nel corso della storia. La domanda che orienta il progetto è chiara e inequivocabile: quali esperienze estetiche possono generare le opere di Duchamp e in che modo sono state lette e interpretate? A questa ricognizione, condotta attraverso strumenti filosofici, si affianca la presenza di più venti opere dell’artista, tra cui un esemplare nel 1971 utile alla prima ideazione di ready-made. Il progetto assume così una dimensione tutt’altro che superficiale, intesa a ricostruire filologicamente tre decenni di ricerca storica e critica interamente concentrata sulla ricezione e mediazione di Marcel Duchamp.

Adrian Ghenie. Capricci romani, Istituto Centrale per la Grafica, Palazzo Poli, Roma, fino al 15 novembre

Figure with funerary stele, at Adrian Ghenie. Capricci romani, courtesy of the artist.

Ilaria Savinio, Pier Paolo Pancotto, Adrian Ghenie, Alessandra Borghese; Palazzo Poli.

Roma ha costantemente influito in maniera incisiva sull’immaginario degli artisti. Si pensi all’epoca dei Grand Tour seicenteschi e alla storica tradizione del capriccio pittorico. A Palazzo Poli, sede dell’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, è in programma la mostra Adrian Ghenie. Capricci romani, a cura di Fabio De Chirico e Pier Paolo Pancotto. Inserendosi nell’antico filone di ricerca espositiva che indaga il rapporto tra il senso estetico del paesaggio e la pratica disegnativa, la mostra presenta un nucleo inedito di opere su carta e cartone concepite in stretto rapporto con il paesaggio della Via Appia, dove l’artista ha il proprio studio. In occasione della mostra è stata presentata un’acquaforte realizzata da Ghenie durante il periodo di residenza presso l’Istituto e destinata a entrare a far parte della collezione permanente. Pietre, antiche iscrizioni, frammenti del paesaggio e tracce di storia si rivelano per l’artista punti di partenza per una rielaborazione che non si limita alla rappresentazione del dato osservato, ma ne restituisce una dimensione più profonda e immaginativa. Ghenie, noto per una pittura caratterizzata da forme viscerali, distorte e spesso attraversate da una forte tensione materica, lascia emergere nelle carte una materia figurativa che si sfalda allo sguardo, trasformandosi in qualcosa di instabile, mai riconducibile a una semplice dimensione narrativa.

Jannis Kounellis. Io sono un pittore, Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano, fino al 17 gennaio 2027

Jannis Kounellis, Senza titolo, 1978, Sacchi di juta, modello di barca, pigmento su tela, 132 x 78 x 59 cm, Collezione Maramotti, Reggio Emilia, © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich, Foto: Carlo Vannini (sinistra); Jannis Kounellis, Senza titolo, 2007, Ferro, verniciatura spray su tela, sedia, cappotto, cappello, scarpe, 200 x 180 x 41 cm, Collezione Gianfranco D’Amato, © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich, Foto: Pedicini fotografi (destra);

La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano presenta la mostra Jannis Kounellis. Io sono un pittore, a cura di Vincenzo de Bellis. Il progetto muove da una riflessione autografa dell’artista che dà titolo alla mostra e considera la pittura non tanto come una rivendicazione del medium tecnico, quanto come una viva presa di posizione nei confronti del reale. Seguendo un percorso espositivo organizzato in maniera non cronologica ma tematica, si dimostra come la ricerca di Kounellis si apra alla possibilità di dipingere lo spazio con materiali estranei alla tradizione pittorica come il carbone, il ferro, il profumo di caffè e i sacchi di juta. Sganciandosi dalla classica e accademica interpretazione mimetica della pittura, le opere in mostra invitano a circolare nello spazio, rivelando inoltre la relazione di studio e interesse di Jannis Kounellis con la pittura del Novecento di Van Gogh, Malevič, Mondrian, James Ensor e Hans Arp. Il percorso espositivo riunisce oltre trentacinque opere realizzate dalla fine degli anni Cinquanta fino al 2014, invitando a riconsiderare Kounellis oltre lo stereotipo interpretativo che lo ha sempre ricondotto al movimento dell’arte povera. 

Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, Palazzo Falletti di Barolo, Torino, fino al 10 gennaio 2027

Fan Ho, The Omen, 1964 © Fan Ho Estate, Blue Lotus Gallery (sinistra); Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, exhibition view (destra)

Velatamente malinconiche, armoniosamente strutturate attorno ad angoli, diagonali e direttrici di ombre calibrate, le fotografie di Fan Ho dedicate alla vita quotidiana di Hong Kong, realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sono esposte alla retrospettiva Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom. Il percorso riunisce cento fotografie, per lo più in bianco e nero, che ripercorrono scorci e frammenti della città, restituendo i ritmi della vita cittadina in un equilibrio tra rigore formale e sensibilità poetica. Per Fan Ho la fotografia diventa lo strumento per raccontare un paesaggio cittadino sospeso tra la concretezza del reportage urbano e la dimensione incantata di uno spazio mentale; è una realtà sospesa, talvolta eroica e misteriosa, che si alimenta di umili particolari con figure colte nella quotidianità: architetture, strade, passaggi di luce e improvvise zone d’ombra. Tra gli scatti più celebri in mostra, Approaching Shadow e Street Scene, in cui il fotografo fissa con rara sensibilità la dimensione metafisica del silenzio e degli spazi urbani.

Editato in italiano da Claudio Santoro