5700 corpi finiti. Miriam Cahn al MACRO
04.08.2026
È quasi sintomatico il sorriso immediato e spontaneo di Miriam Cahn quando, durante l’intervista Still Leben (2026)1, le viene chiesto dei quattro mesi all’anno in cui il sole non raggiunge il villaggio di Stampa, in Svizzera, dove vive: quel sorriso rivela quanto quella condizione, apparentemente estrema, rappresenti per lei una fonte di meraviglia. “Non è che non ci sia luce: non c’è il sole. E questa è una grandissima differenza. Il sole è in alto, c’è una linea, e laggiù, dove mi trovo io — perché vivo nella valle, nel punto più basso — c’è una luce molto speciale che mi piace moltissimo”.
Si trasferisce quando il paese in cui vive diventa una meta turistica molto frequentata. È allora che decide di spostarsi nella valle, nello stesso luogo in cui aveva vissuto anche Alberto Giacometti. Prosegue il racconto: “Non è che non ci sia luce. Non è buio. È una luce, direi, un po’ viola”. Quel sorriso radioso riappare sul suo volto mentre cerca di ricordare l’esatta sfumatura di quella tinta. Due minuti dopo, nella stessa intervista, con altrettanta decisione, nega però che quella luce abbia influenzato in qualsiasi misura il suo lavoro.
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph. Ela Bialkowska – OKNOstudio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Ciò che mi guarda, la prima ampia retrospettiva museale dedicata a Miriam Cahn in Italia, curata dalla direttrice artistica del MACRO, Cristiana Perrella, comprende oltre centotrenta opere create dall’artista dalla fine degli anni Settanta a oggi.
C’è sempre un certo timore nell’accostarsi a una retrospettiva, soprattutto quando l’artista in questione fa ormai parte del proprio paesaggio culturale. Non di rado, infatti, l’ordine cronologico o tematico imposto dall’allestimento spezza la trama poetica che l’artista ha elaborato negli anni, anziché esaltarla.
Con la difficile sfida di restituire cinquant’anni di ricerca senza sovrapporvi una lettura univoca, Ciò che mi guarda si articola in nuclei autonomi concepiti come unità di pensiero: una modalità espositiva che l’artista sviluppa fin dagli anni Ottanta. Le room installations sono un modo di tradurre nello spazio ciò che un singolo dipinto non potrebbe contenere da solo. Tra queste, l’installazione Herumliegen (Giacere intorno) (2022), realizzata in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, e Familienraum (Spazio familiare) (1996–2009), dedicata alla memoria, agli affetti e alle geografie interiori.
A queste soluzioni spaziali si aggiunge l’allestimento progettato dall’artista e architetto Didier Fiúza Faustino, articolato in strutture geometriche modulari che delimitano spazi aperti a passaggi e scorci. È proprio qui che il cuore della mostra Ciò che mi guarda — e, inevitabilmente, anche di ciò che non guarda — si palesa, tra svelamenti e occultamenti alternati lungo il percorso espositivo, e le strutture progettate da Faustino diventano così parte integrante dell’esperienza della mostra.
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph. Ela Bialkowska – OKNOstudio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Alcuni temi ritornano continuamente nel lavoro di Cahn: la violenza bellica, il corpo femminile e i rapporti di potere, così come le relazioni sociali e intime. La forza, talvolta crudele, con cui queste forme rimandano a un lessico visivo comune e immediatamente accessibile — basti pensare a SHOW! (2022), che raffigura il dettaglio di un parto, o a könnteichsein (2022), un volto colpito da un pugno — rende sorprendente il fatto che, a uno sguardo prolungato, la figurazione possa dissolversi facilmente, lasciando emergere i valori propri della pittura: il colore, la linea, la materia e il gesto pittorico. Come afferma la stessa artista, oggi non ha più bisogno di pensare alla tecnica: con gli anni l’ha ormai completamente interiorizzata.
La mostra restituisce la varietà delle tecniche e dei materiali impiegati dall’artista: dai giganteschi disegni a carboncino e gesso nero realizzati a partire dagli anni Ottanta alle stampe fotografiche, dagli acquerelli su carta ai dipinti a olio su tela e su legno, fino alle opere in tecniche miste che combinano colla, gesso, pastello, pigmento e matita.
“Le artiste hanno tanto da fare per riscrivere la storia dell’arte” — ricorda Miriam Cahn in un’altra intervista, Female artists have a lot to do! (2021)2 — “poiché la maggior parte dell’arte nel corso della storia è stata creata dagli uomini. È quindi la loro visione, spesso erotizzata, a rappresentare le donne come figure passive, meglio se prive di volto”. Prosegue poi: “Abbiamo tanto da fare, e per questo le figure femminili nei miei quadri ricambiano lo sguardo dello spettatore”. In quest’ottica, sostenere lo sguardo diventa un’affermazione della propria presenza; di conseguenza, anche il titolo Ciò che mi guarda si carica di un ulteriore livello di lettura.
Miriam Cahn, (seltenes) portrait / (rare) portrait, 14.11.2005 charcoal on paper 30 x 24 cm/ FAMILIENRAUM, Ph. Meyer Riegger (sinistra) / Miriam Cahn, zeige! / show!, 18. / 19.04. + 24.08. + 01.09.2020, oil on canvas, 275 x 305 cm Courtesy the artist Meyer Riegger and Galerie Jocelyn Wolff, Paris, Ph. Meyer Riegger (destra)
Quando le viene fatto notare che il suo lavoro è spesso associato ai temi come l’ingiustizia nel mondo, la violenza contro le donne, la condizione femminile, Cahn afferma: “Non è che io illustri ciò che accade, ma ciò che accade, accade a me”. Nel 1995 ha smesso di dipingere in modo performativo sul pavimento perché il suo corpo non le permetteva più di lavorare in quella maniera. Tuttavia, ha continuato ad usarlo come strumento, ribadendo che il contenuto del suo lavoro è rimasto immutato.
I suoi eroi della pittura sono tutti maschi — Francisco Goya, Philip Guston e Pablo Picasso — perché nella storia dell’arte è mancata una rappresentazione delle donne elaborata dalle donne stesse. Certi argomenti erano raramente trattati: esperienze come lo stupro, le mestruazioni, la gravidanza o il parto sono rimaste ai margini della tradizione pittorica oppure filtrate attraverso uno sguardo maschile. Cahn rifiuta di essere identificata, attraverso la propria opera, come portavoce di una causa politica. La considera una definizione limitante. Nella video intervista I Would Rather Be Painting Flowers (2017)3 afferma di trovare fuori luogo l’etichetta di “arte politica”: “Bisogna poter guardare un quadro senza sapere di cosa parla”, dice. “L’opera dovrebbe essere accessibile a tutti in modo non letterale”.
Dal 1995 dipinge corpi. Dice di aver perso il conto tanto degli anni trascorsi a dipingere — “Mille!”, scherza — quanto dei dipinti di corpi finiti presenti nel suo archivio, che stima siano ormai circa 5.700.
Miriam Cahn, am strand / on the beach, 2006 + 13.08.2019 + 01.08.2020, oil on canvas, 40 x 52 cm, Private collection, Berlin, Karlsruhe, Ph. OliverRoura
Editato in italiano da Marianna Reggiani
1 “Still Leben”, 2026 https://www.youtube.com/watch?v=c0xk9zFXM8w
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2 “Female Artists Have a Lot to Do!,” 2021 https://www.youtube.com/watch?v=SHJLuRa1zLA
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3 “I Would Rather Be Painting Flowers,” 2017 https://www.youtube.com/watch?v=a-ZJ-3ql5tA
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