THE ITALIAN ART GUIDE


6 mostre di Art City che puoi ancora visitare (c’è tempo fino a primavera)

10.02.2026

Si è appena conclusa la 14esima edizione di Art City, il weekend che a cadenza annuale in concomitanza con Arte Fiera trasforma la città delle Due Torri in un palcoscenico di arte contemporanea. Oltre trecento eventi — tra Special Program e un’intera mappa di mostre ospitate da istituzioni, gallerie e project spaces — che invitano il pubblico a partecipare attraverso proposte accessibili e inclusive, inserite nel tessuto urbano con lo scopo di preservarlo, curarlo e raccontarlo.

Nei febbrili giorni in cui Bologna catalizza l’attenzione di media, redazioni e uffici stampa, passeggiare senza meta e senza fretta per la città può risultare un atto sovversivo, non avere una lista di mostre da spennare un piccolo gesto rivoluzionario.
Lentezza e pazienza sono alla base di una fruizione culturale onesta e consapevole, ma sono anche demonizzate da una sistema basato su views, performance e produzione di contenuti, in cui si finisce per guardare opere e allestimenti come potenziali prodotti del web piuttosto che come presenze fisiche con le quali interagire sul momento. Ecco perché, specie per chi lavora nella cultura, risulta talvolta difficile, se non frustrante, accettare di non poter visitare, fotografare e documentare tutto. 

Questa guida alle mostre ancora visitabili è il risultato di un lavoro che ha tentato di rispettare tempi umani e fisiologici. Non pretende di essere esaustiva — di un programma di oltre trecento eventi, gran parte è rimasta inesplorata — ma di favorire una riflessione non forzata o accelerata.

Etel Adnan e Giorgio Morandi. Vibrazioni - Museo Morandi (fino al 3 maggio) A cura di Daniel Blanga Gubbay

Etel Adnan e Giorgio Morandi. Vibrazioni, exhibition view,  Museo Morandi, ph Ornella De Carlo

Etel Adnan ha viaggiato tantissimo, figlia di padre siriano musulmano e madre greco-cristiana, cittadina libanese, francese e americana. Giorgio Morandi ha raramente lasciato Bologna, oscillando come un pendolo tra la casa nelle campagne di Grizzana e l’appartamento sotto i portici in via Fondazza.
Impossibile per i due incontrarsi nelle strade, talmente diverse sono quelle che hanno calpestato. Si sono incontrati però nel colore, nel suo utilizzo puro e scevro di sovrastrutture: colore come luogo spirituale e riflessione esistenziale. Abbandonando il contorno, secondo la lezione di Cézanne, entrambi consentono alle cromie di vibrare libere, di respirare sulla tela senza costrizioni.

Morandi modula il colore, lo sfuma, ne studia le gradazioni morbide; Adnan procede per forti contrasti, accostamenti bruschi, composizioni essenziali. Lontane e diverse, le loro opere si sfiorano nella ripetizione dei ritmi compositivi, nella tenerezza di certi motivi reiterati fino all’ossessione; si incontrano nell’intimità del loro studio, in quel momento di raccoglimento che precede l’atto creativo.

La mostra racconta così di un incontro mai avvenuto, riservandosi la possibilità di immaginare accostamenti e influenze indirette tra due artisti che il colore l’hanno adoperato con lo stesso animo contemplativo, trovando ognuno un proprio modo di viaggiare. 

John Giorno: The Performative Word - Mambo, Sala delle Ciminiere (fino al 3 maggio) A cura di Lorenzo Balbi

John Giorno, The Performative Word, exhibition views. Courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna, ph Ornella De Carlo

Poesia come presenza fisica, corpo plastico, materia che satura lo spazio. John Giorno si è reso conto che la poesia si trovava dappertutto, che riempiva le distanze, i vuoti, le sale d’attesa. Non un luogo di solitudine ma di relazione, un raccoglimento che non coincide con l’isolamento ma con la condivisione.

La prima retrospettiva italiana dell’artista americano, figura cardine dell’avanguardia newyorkese, ne ripercorre vita e carriera attraverso diversi nuclei di opere e documenti di archivio. 
Dai Perfect Flowers, versi poetici lapidari che dominano la tela con un’estetica pop/punk, a Dial-A-Poem, l’opera-progetto pionieristico del 1969 che col tempo raccolse le voci di 132 autori e poeti rendendole fruibili al pubblico tramite la cornetta telefonica: ogni telefonata una voce diversa e casuale, una performance privata.

In una saletta appartata si ripete la proiezione di Thanx 4 Nothing, opera video di Ugo Rondinone, marito dell’artista. È necessario prendersi del tempo per ascoltare le parole del componimento che Giorno ha scritto in occasione del suo settantesimo compleanno una sorta di testamento indirizzato alla vita stessa che Rondinone, dopo la morte del marito, ha recitato a piedi scalzi indossando uno smoking nero e poi bianco, filmandosi due volte. 
“Grazie per niente” non è una prospettiva disillusa, ma un ultimo saluto indiscriminato a ciò che ha avuto e ciò che ha perso, senza distinzione tra gioia e dolore, amici e nemici, fortune e disgrazie. È un saluto potente vestito di ironia e leggerezza, recitato con movenze cadenzate e una voce brillante che nasconde il cuore spezzato, il lutto, l’amore defunto. C’è bisogno di tempo 24 minuti e 14 secondi per ripercorrere una vita che si guarda all’indietro e non tira le somme, non cade nel giudizio moraleggiante, ma si racconta e si rivela per quella che è stata, con grazia e cuore aperto.

“I want to give my thanks to everyone for everything,
and as a token of my appreciation,
I want to offer back to you all my good and bad habits
as magnificent priceless jewels

[…]

thanks for being  mean and rude
and smiling at my face,
I am happy that you robbed me,
I am happy that you lied
I am happy that you helped me
thanks, grazie, merci beaucoup”.

Permanent Loss of Signal - Galleria Pietro (fino al 15 marzo) A cura di Niccolò Giacomazzi

Valerio D’Angelo, Permanent Loss Of Signal (Spaceship), 2026, materiali vari, luci led, arduino, dimensioni varie, ph. Manuel Montesano

“Un domani, forse, comprenderò la tua inquietudine e il tuo orbitare alla ricerca di una risposta. Spero che lo troverai e che non rimanga solo una speranza latente. A quel punto, non serviranno grandi discorsi. Basterà un Segnale. Uno qualsiasi”1.

Può essere una piccola storia d’amore, una missione spaziale, un ultimo saluto tra colleghi della NASA, dopo anni di onorato servizio insieme. Saperlo non è importante perché, qualunque cosa fosse, è finita male.
Un racconto suddiviso in tre atti, tre spazi raccolti all’interno della piccola cappella sconsacrata in via Galliera, un tempo luogo di culto e di preghiera, ora teatro di un viaggio nello spazio capitolato e rimasto congelato nell’installazione site-specific di Valerio D’Angelo (Roma, 1993).
Un’antenna parabolica, un tappeto di fili e metalli, un astronauta che riposa sull’altare della cappella mentre riflette sul suo fallimento. In una claustrofobica dimensione atemporale, tra silenzio e sospensione, ci si chiede quanto sia difficile oggi essere ascoltati: sentiamo l’eco che risuona nello spazio freddo, il movimento regolare e meccanico dell’antenna che ruota su sé stessa, le luci intermittenti specchiate nel metallo. 

L’altro dov’è? Se io urlassi, qualcuno mi sentirebbe? Qualcuno verrebbe a salvarmi?  

Mentre cerchiamo empatia in un mondo così poco disposto a concederla, siamo così diversi da chi parte per lo spazio sapendo che forse non tornerà? 

Mattia Moreni. L'antologica di Bologna, 1965 - Mambo, project room (fino al 31 maggio) A cura di Pasquale Fameli e Claudio Spadoni

Mattia Moreni, A tutti i maldestri del mondo: amitiè, 1960, olio su tela, 162 × 130 cm, Modena, collezione privata.

Nasce a Pavia ma sceglie l’Emilia come terra di adozione, ed è proprio qui che oggi Mattia Moreni viene ricordato in cinque atti. Dopo le mostre a Bagnacavallo, Forlì e Santa Sofia, la project room del Mambo ospita il quarto capitolo del progetto MATTIA MORENI. Dalla formazione a “L’ultimo sussulto prima della grande mutazione”
Nel 1965, negli spazi di quella che all’epoca era la Galleria d’Arte Moderna di Bologna — e che oggi è, appunto, il Mambo — Francesco Arcangeli curava la prima mostra personale di Moreni in un’istituzione pubblica, consacrando la sua poetica personale, indipendente e autonoma. È proprio quella mostra storica ad essere ripresa e reinterpretata qui, sessant’anni dopo, attraverso una selezione di opere che ripercorrono la complessità di una figura inclassificabile, che viaggiò con disinvoltura e passione tra linguaggio figurativo e Arte Informale. 

Materico, intenso, a tratti espressionista, Moreni ha maneggiato tutti i grandi temi della modernità — guerra, industrializzazione, crisi psicologica —, profeta umanissimo e fautore di un’arte ancora oggi leggibile come grido interiore, richiesta di aiuto, espressione delle perturbazioni figlie del secondo Dopoguerra.
Le inquietudini del secolo però non compromisero il forte slancio vitale delle sue tele, pitture arrabbiate dove il colore si scaglia senza cercare nessuna morbidezza.

Délio Jasse. Angolan file - AF Gallery (fino al 18 aprile) A cura di Marco Scotini

Delio Jasse, The Angolan File, exhibition view. Courtesy AF Gallery

Se archivio fotografico è sinonimo di memoria oggettiva e conservazione, Délio Jasse rompe questo assioma per ripercorrere le tappe di una “storia irrisolta”2

L’occupazione coloniale portoghese in Angola risale al 1476, e termina con il raggiungimento dell’indipendenza nel 1975. Jasse rilegge la storia del suo paese attraverso una riflessione sul concetto stesso di archivio, un dispositivo che salva o condanna all’oblio secondo criteri tutt’altro che oggettivi, dettati da costrutti ideologici violenti e suprematisti.
L’artista manomette, altera, personalizza fotografie provenienti da album familiari e mercati di seconda mano, testimonianze preziose svendute a poco prezzo.
Tracce centellinate di foglia oro si insinuano sulla carta fotografica, cancellando volti e segnalando “un riscatto mai registrato”3.

Nelle mani di Jasse la fotografia — medium muto e oggettivo — diventa terra di conflitto, luogo di negoziazione, patteggio di un conto che da tempo aspetta di essere saldato.
Poste al centro dello spazio e non soltanto addossate alle pareti, le opere chiamano il pubblico a partecipare a una ricostruzione storica, a testimoniare contro dinamiche di potere centenarie, a validare e riconoscere la sottomissione sistemica e il vissuto di un popolo.
L’archivio — il nuovo archivio — corregge così gli errori della storia, sana i vuoti, riempie le crepe, dice il non detto. 

CC. Michael E. Smith - Palazzo Bentivoglio (fino al 26 aprile) A cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali

Michael E. Smith, CC, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero

Michael E. Smith lavora con gli scarti prodotti dalla società dei consumi. Dunque, Michael E. Smith parla di noi. Eppure non ci menziona mai. Al nostro posto interpella scatole di scarpe Nike, palline da tennis e palle da basket, costosi giubbotti imbottiti, oggetti un tempo indossati e conservati con cura, ora avanzi di vite troppo veloci. Sono corpi inanimati che l’artista trasforma in visioni antropomorfe o presenze del mondo animale, creature in cui inquietudine e ironia si fondono e convivono.

Al contempo Smith gioca con la luce, aspetto fondante della sua pratica artistica: l’illuminazione è spinta al limite, compromettendo il senso di sicurezza di chi calpesta gli spazi di Palazzo Bentivoglio, talvolta completamente bui. L’ambiente si fa ambiguo, inquieto, a tratti pericoloso (chi scrive ha sentito il bisogno di reggersi al corrimano mentre scendeva le scale a causa di una superficie specchiante che, data la poca illuminazione, sembrava un vuoto sul pavimento).
Il titolo della mostra — seconda istituzionale in Italia — CC (“see see” / “guarda guarda”) ci chiede di fare qualcosa che ci è di fatto impossibile in senso letterale, invitandoci a un altro tipo di sguardo.

Vissuto a Detroit fino al 2014, Michael E. Smith ha osservato gli effetti della deindustrializzazione, del declino urbano e del conseguente spopolamento. La velocità con cui questi imperi di produzione di massa nascono e muoiono restituisce un senso di instabilità che è alla base del vivere contemporaneo: un camminare incerto, lento, sempre di fianco al corrimano in caso di emergenza. 

________

1 Dal testo critico di Niccolò Giacomazzi
2 Dal testo critico di Marco Scotini
3 Dal testo critico di Marco Scotini