THE ITALIAN ART GUIDE

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(IT) Still/ Moving: Korea Video Art Based on Performances

28.04.2026

Per quanto vasta sia la proposta artistica romana, chi ha visitato molte mostre avverte talvolta l’esigenza di allontanarsi dalle varie manifestazioni della scuola europea per orientarsi verso progetti espositivi dall’approccio profondamente diverso, dove non solo la forma, ma anche il pensiero che lo sostiene si articola su presupposti differenti.
Questo desiderio mi ha portata all’Istituto Culturale Coreano a Roma, senza una preparazione mirata, per confrontarmi con ciò che undici artisti coreani, rappresentati dalla Fondazione SONGEUN, nella mostra curata da Minjung Kim, portano a Roma e poi, successivamente, a Vienna.

“Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

La mostra è composta esclusivamente da opere video, distribuite in diverse sale oscurate e addossate su degli europallet impilati con l’obiettivo di amplificare la sensazione di provvisorietà e movimento dell’esposizione.
“Still/Moving” viene tradotto come “Statico/In movimento”, ma può anche significare “ancora in movimento”, una doppia interpretazione che si svela in modo sottocutaneo in alcuni lavori segnati dall’ansia di un futuro distopico.

Loro arrivano. Silenziosamente, rapidamente (2016) di Ji Hye Yeom è un turbolento accumulo di ritagli con riferimenti stilistici al film noir, creato come eco dell’epidemia di coronavirus MERS (Sindrome Respiratoria del Medio Oriente) del 2015. Il ritratto di un gorilla al rallentatore e di mani umane che gesticolano nella lingua dei segni si intreccia con una mandibola femminile digrignata che emerge dal buio tra fitti fumi, declamando: “Sono vita e non-vita. Se noi non esistiamo, nemmeno loro esistono. Se moriamo, muoiono anche loro. Sono molto spaventosi. […] Stanno arrivando. Fate attenzione”. Poi scompare nel buio.
La narrazione non è lineare, ma è una concentrazione di tensioni, frammenti di racconto dal tono ammonitorio e titoli di film di altri registi bruscamente introdotti, come Fear Eats the Soul (La paura mangia l’anima), sospirati tra le visioni in bianco e nero. Così nascono nuove connessioni tra passato e presente, memoria e sogno, immagine e leggenda.

Loro arrivano. Silenziosamente, rapidamente (2016), Ji Hye Yeom, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Accanto, su entrambi i lati della struttura itinerante di europallet, sono sospesi due schermi che presentano le opere Suite 1 (2012) e Sit (2015) di Min Oh. Invece di stratificare numerose impressioni artistiche, Min Oh riduce le dimensioni a sole tre: suono, movimento e luce. Dopo aver creato, all’interno della sua scenografia interamente bianca, un sistema minimo, controllato e chiuso, lo osserva con precisione. 

In
Suite 1, in cui un’attrice interagisce con lo spazio passando con i tacchi neri (riferimento alle note musicali) da una sedia rovesciata all’altra, l’azione è sottoposta a ripetizione, intervalli e variazione sotto forma di minimi errori. 
Sit, invece, pone l’attenzione sul semplice atto di sedersi, dove il movimento è ridotto a gesti e suoni minimi che improvvisamente cominciano a generare ritmo e tensione. L’attrice batte le mani sulle cosce, canticchia, solleva il piede, alza le palpebre: il repertorio diventa tanto più ricco quanto più a lungo osserviamo. 

L’opera solleva la questione della prospettiva da cui sperimentiamo, delle relazioni, degli errori che, generando minute fratture, finiscono per ribaltare il sistema.

Suite 1 (2012), Min Oh, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Sit (2015), Min Oh, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Anche in altre opere presenti in questa esposizione, come 1967_2015 (2015) di Bona Park e Dodici stanze (2014) di Sojung Jun, il suono viene posto in primo piano, anche se solo a livello formale. 

La prima opera è ispirata alla vicenda del minatore Changsun Kim, rimasto intrappolato per 15 giorni sotto le macerie della miniera di Goobong, in Corea del Sud, nel 1967, a seguito di un crollo. Su richiesta di Bona Park, il rumorista Chung-gyu Lee ha ricreato sei suoni legati al salvataggio del minatore, tra cui il suono della telefonata e del movimento nel tunnel, trasformando così la distanza temporale in un’esperienza sonora.
In quel periodo, la Corea stava vivendo il consolidamento del regime autoritario sotto Park Chung-hee, che rafforzava il proprio controllo attraverso sorveglianza, censura e repressione politica. I principali incidenti e disastri industriali venivano spesso riportati all’interno di un ambiente mediatico fortemente controllato e talvolta utilizzati per distogliere l’attenzione pubblica dalle tensioni politiche.
Presentando il video nell’ambiente della Fondazione SONGEUN, l’artista prende spunto anche dal fatto che il suo presidente, che è anche presidente onorario di ST International (società globale di energia e investimenti), in passato gestiva miniere di carbone bituminoso.
I lavori di Bona Park indagano e compromettono i dispositivi di funzionamento dei sistemi sociali, compreso quello dell’arte.

1967_2015 (2015), Bona Park, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Anche Dodici stanze (2014) di Sojung Jun utilizza il linguaggio sonoro per avvicinarsi all’esperienza di una persona concreta, per poi trasformare la storia che racconta a modo suo. In questo caso si tratta dell’accordatore di pianoforti Lee Jong-ryeol, che, con il generoso supporto della sensibilità dell’artista, passa da figura tecnica a vero e proprio creatore.
Sojung Jun decostruisce e ricompone narrazioni basate su interviste e materiali d’archivio; “crea uno spazio-tempo non lineare per risvegliare una nuova consapevolezza della storia e del presente” e “presta attenzione alle persone che si trovano al confine tra le rovine della modernità e le voci invisibili” (così si legge nello statement dell’artista).
In Dodici stanze, ispirandosi alle ricerche di Arnold Schoenberg e Wassily Kandinsky, Sojung Jun plasma gli atti preparatori abitualmente compiuti dall’accordatore in una risonanza che crea corrispondenze tra suono e colore, tra musica e pittura.
Per quanto parlare di quest’opera possa provare a spiegarne le intenzioni, solo l’esperienza della sinfonia di suoni e colori consente di vivere la metamorfosi, in cui diventa chiaro che ciò che inizialmente avrebbe dovuto essere un suono tecnico non lo è più, o meglio, non lo è mai stato.

Dodici stanze (2014), Sojung Jun, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

La stessa artista presenta il suo nuovo lavoro al piano inferiore: Paesaggi in prestito (2025) prende spunto dalla pratica coreana di chagyeong. Il principio applicato, utilizzato anche nel famoso giardino segreto di Changdeokgung, segue l’idea del “design nascosto”: l’architettura è presente, ma non sovrasta mai la natura. Questa tecnica è il principio fondamentale dell’architettura dei giardini coreani e consiste nel progettare spazi architettonici in modo da “incorniciare” il paesaggio esterno — montagne, alberi, cielo, giardini — così che diventi parte dell’interno. In questa prospettiva, l’architettura non domina la natura, ma la intreccia visivamente. 

Nel video, emerge una riflessione sulla relazione tra paesaggio, immagine e architettura, trasferendo il principio del chagyeong nell’ambiente dei media digitali attraverso un’applicazione AR (Realtà Aumentata). Il paesaggio digitale creato dall’artista forma uno spazio provvisorio che si sovrappone al tempo della città, aprendo una serie di interrogativi: oggi, con la tecnologia che media la percezione, quali elementi “prendiamo in prestito” e quali invece vediamo realmente? 

Sullo stesso schermo possiamo vedere altri tre lavori, tra cui Respiro e sangre (2025) di Hyewon Kwon, che pone l’accento sulla questione della percezione. Qui l’artista assume il punto di vista di un robot extraterrestre (un ibrido tecno-organico, un’entità sensoriale) che esplora l’ecosistema acquatico del nostro pianeta, invitando a osservare l’ambiente da una prospettiva non umana. Con questo espediente, Hyewon Kwon rende estranei elementi solitamente familiari come l’acqua e la luce, dando visibilità a una questione più complessa, legata ai dispositivi tecnici e istituzionali che strutturano la percezione. L’artista mette inoltre in discussione la concezione lineare del tempo che distingue passato e presente.

Sinistra: Paesaggi in prestito (2025), Sojung Jun; destra: Respiro e sangre (2025), Hyewon Kwon “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Altri due video sono opere di animazione. Nel primo, Esercizi di espressione (2025), Seung-Hye Hong pone l’accento sulle emoticon, sottolineandone la funzione sociale e comunicativa. L’artista ne smonta i tratti , applicando digitalmente un movimento fluido e elementare alle figure geometriche che le compongono. Seung-Hye Hong, nata nel 1959, riflette così sul processo attraverso cui le complesse emozioni umane vengono tradotte in un linguaggio visivo semplice.
Sullo stesso schermo appare anche il video Nibble Nibble (2025) di Rae Jung Sim. Seppur inizialmente giocosa, l’immagine si incrina rapidamente, lasciando emergere le viscere del cervello esposte in una tavolozza di colori allegri. 
Il video indaga la violenza e i desideri contraddittori insiti nell’animo umano. Da elementi inizialmente innocui, sia nella forma sia nel contenuto, come la tinta infantile e il disegno di una bocca, l’animazione arriva a trattare temi di violenza, cannibalismo e autofagia. 
La bocca raffigurata si espande, trasformandosi gradualmente fino a diventare l’intero corpo umano, finendo per divorare e masticare sé stessa. Le opere dell’artista scaturiscono da esperienze perturbanti e ansie quotidiane, dando vita a un corpus artistico tanto crudele quanto liberatorio.

Sinistra: Esercizi di espressione (2025), Seung-Hye Hong, destra: Nibble Nibble (2025) di Rae Jung Sim, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Una condizione di tensione emerge in modo completamente diverso dal lavoro di Youngjoo Cho. Nel video Piuma sulle labbra (2020), quattro donne su uno sfondo bianco intrecciano e serrano i propri corpi l’una contro l’altra. Con questo video, in cui il significato delle relazioni tocca varie tematiche, dall’accudimento dei figli — per cui il contatto ravvicinato diventa inevitabile — alle dinamiche di potere, l’artista indaga le pressioni esercitate sul corpo femminile.
L’artista espone — attraverso diversi mezzi espressivi, tra cui performance, fotografia, installazione, video, suono e danza — le inquietudini del vivere come donna all’interno delle strutture sociali.

Piuma sulle labbra (2020), Youngjoo Cho, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Con una cura e una sensibilità simile è trattato il corpo nel video dell’artista Young-jun Tak, dal titolo significativo Il giovedì amerò i tuoi piedi puri (2023). Il video, accompagnato dalla traccia musicale di Manon Balet, giustappone la processione del Giovedì Santo in Andalusia — legata al rito della lavanda dei piedi durante il periodo pasquale — a una coreografia di danza classica eseguita da ballerini in un luogo isolato ai margini della foresta. Young-jun Tak combina i temi dell’identità queer con credenze religiose e rituali, destabilizzando i confini e aprendo le possibilità di un’unità inaspettata.

l giovedì amerò i tuoi piedi puri (2023), Young-jun Tak, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

l giovedì amerò i tuoi piedi puri (2023), Young-jun Tak, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Quattro angoli simili (2015) di Junebum Park, video dalla durata di meno di tre minuti presentato in loop, inizia da una fotografia monocroma dell’angolo di uno spazio ibrido.
All’improvviso, in primo piano, davanti all’immagine, compaiono delle mani. Cominciano a rimuovere gli elementi dell’immagine iniziale, strato dopo strato. Sotto l’immagine principale c’è già la successiva, un altro pezzo che aspetta a essere scoperto. Questa azione si ripete varie volte: a volte aggiunge metri di profondità sul piano, altre volte scopre la luce alla finestra, e così via. Ogni parte della stanza subisce un cambiamento inaspettato, a volte talmente innocuo da rendere difficile capire cosa sia cambiato.
L’artista decodifica situazioni complesse della vita quotidiana trasformandole in modelli e simulazioni di una struttura semplificata. Con questi semplici gesti visivi, Junebum Park indaga in profondità, fino a mettere in discussione, norme e strutture socio-politiche.

Andare lontano (2005) è un’opera di Jaye Rhee, in cui l’artista sembra fluttuare da sinistra a destra attraverso il centro dello schermo pieno di palloncini bianchi. Non tutto è ciò che sembra: la scena nasce da una performance in cui l’artista esegue numerosi salti, eseguendo un meticoloso lavoro fisico e poi di montaggio. Ne risulta un video il cui fulcro risiede nella natura illusoria della rappresentazione.

Sinistra: Quattro angoli simili (2015), Junebum Park, destra: Andare lontano (2005), Jaye Rhee, “Still/Moving Korean Video Art Based on Performances” exhibition view, Istituto Culturale Coreano in Italia, foto Dobroslawa Nowak, courtesy artisti e Istituto Culturale Coreano in Italia

Editato da Marianna Reggiani

Dettagli della mostra:
Titolo: Still/ Moving: Korea Video Art Based on Performances
Artisti: Ji Hye Yeom, Min Oh, Bona Park, Sojung Jun, Hyewon Kwon, Seung-Hye Hong, Rae Jung Sim, Youngjoo Cho, Young-jun Tak, Junebum Park, Jaye Rhee
Curatrice: Minjung Kim
Luogo: Istituto Culturale Coreano in Italia, via Nomentana 12, 00161, Roma
Date: 9 aprile – 5 giugno 2026
Organizzato da SONGEUN
Parte del programma itinerante “Touring K-Arts”
Promosso dal Ministero della Cultura, dello Sport e del Turismo della Repubblica di Corea e dalla Korea Foundation for International Cultural Exchange (KOFICE)