3 mostre da vedere a giugno
La nostra guida alle mostre in Italia
02.06.2026
La vitalità dell’arte contemporanea risiede nella possibilità di innescare dubbi e confusione, di essere scomoda e sconfortante, di non accudire il pubblico ma di metterlo in crisi.
Allo stesso tempo, all’interno della cultura pop anche la verità sembra essere un prodotto preconfezionato e mercificabile, perfetto per essere estratto dalla tasca durante un dibattito o una cena di famiglia.
Le tre mostre selezionate per il mese di giugno si configurano come contro narrazioni di ciò che diamo per assodato, come finestre su uno spazio inesplorato perché ritenuto spesso assurdo, inadatto, inutile, oppure troppo complesso per essere affrontato. C’è chi sfida i linguaggi cinematografici hollywoodiani, chi propone di sabotare le visioni antropocentriche, chi trova poesia e profondità negli spazi lasciati volutamente incompleti.
Ognuna a modo proprio ipotizza che la verità possa trovarsi proprio lì dove non si è mai cercato, oppure non esistere affatto, che non sia qualcosa di estraibile, tangibile e vendibile, ma negoziabile di volta in volta.
Atlas Studios - Istituto Svizzero, Roma (fino al 5 luglio)
Latefa Wiersch, Re:I had a fun idea (2026) installation view, Atlas Studios, Istituto Svizzero, Roma, 2026 © Daniele Molajoli (sinistra); Latefa Wiersch, House on fire (2026), installation view Atlas Studios, Istituto Svizzero, Roma, 2026 © Daniele Molajoli (destra)
A partire dagli anni Ottanta, gli Atlas Studios in Marocco sono stati il set cinematografico di fortunati film internazionali che hanno riprodotto le ambientazioni dell’antichità imperiale. È qui che sono stati girati film come La Mummia, Il Gladiatore o Il Principe di Persia, prodotti di ricostruzioni stereotipate, occidentali ed eurocentriche di mondi e civiltà lontane.
Latefa Wiersch, nata in Germania e di discendenza amazigh e araba, nella sua prima monografica in Italia riflette sull’influenza che il cinema ha avuto sulla nostra comprensione del passato.
Costruita su una serie di simulazioni di set cinematografici, la mostra mette in crisi i costrutti narrativi che conosciamo sul mondo antico e mira a sabotare quell’immaginario confortante e affascinante che abbiamo sempre visto sul grande schermo; quello stesso immaginario che ci ha permesso di rinchiudere lo straniero entro un confine estetico e culturale per renderlo familiare, accettabile e facilmente raccontabile: un fantoccio. Ma le bambole-fantoccio di Wiersch, dai volti deformi e dalle fattezze sproporzionate, sono corpi in rivolta: brutti e spaventosi perché finalmente liberi da gabbie costruite su misura per loro dall’industria del cinema, che ne ha colonizzato storie, tradizioni, luoghi e costumi.
SUPERFLEX. There Are Other Fish In The Sea - Palazzo Strozzi, Firenze (fino al 2 agosto)
SUPERFLEX. There Are Other Fish In The Sea installation view, Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze
La frase “Il mare è pieno di pesci” è un invito a guardarsi attorno, a non restare impantanati in una dinamica che non ha molte vie d’uscita e a cercare la soluzione dove non si è mai provato prima.
Nell’ultima operazione realizzata dal collettivo danese SUPERFLEX, la frase viene applicata in senso letterale: la soluzione ai problemi più grandi della contemporaneità potrebbe davvero provenire da un pesce. Riconosciuti a livello internazionale per i loro progetti che ripensano il ruolo dell’arte in relazione alle criticità sociali, economiche e ambientali del presente, i tre artisti si inseriscono a Palazzo Strozzi con un’installazione site specific che riflette sulla minaccia dell’innalzamento del livello dei mari. All’interno dell’armoniosa architettura rinascimentale realizzata su progetto di Antonio da Sangallo, otto colonne rosa di diverse dimensioni e dalle superfici irregolari rompono l’equilibrio, immerse in una vasca d’acqua riflettente. Si crea così un nuovo habitat, un progetto di “architettura interspecie”, perché la soluzione al problema ambientale potrebbe non provenire dagli umani, ma dai non umani. Minando l’autorità dell’antropocentrismo, SUPERFLEX si chiede se non sia il caso di interpellare i pesci, i molluschi, gli anfibi, o altri organismi ancora più piccoli e marginali, ma forse più saggi di noi.
Giorgio Griffa. Omaggio per i 90 anni - GAM, Torino (fino al 1 novembre)
Giorgio Griffa. Omaggio per i 90 anni installation view, ph Perottino
Lasciare le cose incompiute è perlopiù considerato sintomo di pigrizia. Per Giorgio Griffa, invece, l’incompiuto è luogo di ricchezza e possibilità: sequenze interrotte bruscamente, linee mozzate, campiture di colore lasciate a metà fanno delle sue opere spazi aperti e sospesi che riflettono sull’istantaneità del gesto creativo, sul disfarsi del tempo e sulla composizione dell’immagine. L’opera si completa così nella sua potenzialità e nelle infinite versioni che potrebbe diventare, se solo qualcuno portasse a termine il gesto.
Celebrato alla GAM in occasione del suo novantesimo compleanno, Griffa dialoga con le ricerche analitiche e concettuali del secondo Novecento attraverso una pittura che esamina tempo e spazio, istantaneità e progresso con un linguaggio fondato su elementi primari — segni, linee, colore — e ritmi regolari. Con un alfabeto essenziale, l’artista riflette sull’attimo prima che le cose accadano, sul secondo di silenzio che precede il tuono, l’esplosione, l’intuizione. La pittura restituisce così l’attesa quotidiana, ma anche quel processo instancabile che conduce alla creazione, all’idea, dove la vita prolifera e tutto si compie.
Di fronte alla società della performance, dell’accumulo di risultati tangibili e verificabili, le tele di Griffa ci liberano dall’urgenza di completare a tutti i costi ciò che ha più valore se lasciato a metà.