El fondo del aire













La mostra si apre come una conversazione collettiva attorno al reale e alle sue frizioni con l’immaginazione, per diventare una riflessione sui processi di traduzione culturale e sui diversi immaginari del Sud tra il Mediterraneo e l’America Latina.
Dentro e intorno allo spazio di Toast si articolano due movimenti contrastanti: uno di ascesa, il castello in aria suggerito da Manuela García, e uno di radicamento al suolo, quello proposto in contrappunto da Giuseppe De Mattia.
La pratica di Manuela García parte da una premessa inquietante: ciò che riconosciamo come spazio si configura in realtà attraverso una serie di abitudini percettive sedimentate. Lo spazio emerge qui come un campo in attrito costante, attraversato da relazioni tra corpi, materiali e modalità di percezione che non arrivano mai a fissarsi del tutto. Le strutture rivelano la loro fragilità, le forme perdono la loro apparente solidità, la percezione diventa consapevole delle proprie condizioni.
El fondo del aire si inserisce con precisione in questa ricerca. L’opera – una piramide di plastica traslucida rossa – riprende una forma carica di storia e la sottopone a un processo di destabilizzazione. La piramide, associata a idee di permanenza e gerarchia, appare qui leggera, attraversata dalla luce. Nella logica dell’astrazione, il triangolo emerge come figura che riorganizza il quadrato, lo contiene e lo sposta. La struttura propone un’esperienza avvolgente: un volume abitabile, un’aria trattenuta che sale fino al suo vertice. In questo spazio interno prende forma un’esperienza concreta dell’immaginazione spaziale.
Questo triangolo è rosso, rosso come il colore più intenso della folgorazione intellettuale. Come scrive George Didi-Huberman: «Come dimenticare che il fondo del nostro corpo è rosso? Che il sangue, suo principio vitale, è anche la sua atmosfera interna colorata? Che il rosso è il colore-dolore dell’immaginazione, la nostra comune?» Il rosso come fuoco autonomo che spinge a costruire idee che possono o meno diventare realtà, a pensare possibilità, a inglobare un mondo diverso in continuo movimento.
È all’interno del quadrato, incorporato nella piramide, che si trova l’opera di Giuseppe De Mattia, risposta dialettica alla proposta di astrazione di Manuela García. Concretizio Romero abita l’atmosfera rossa della piramide; è un personaggio tragicomico. Lo troviamo piantato a terra, con il volto inquieto, la testa fumante per lo sforzo di concretezza che impone a sé stesso. Avvicinandosi, si percepisce che emana una delicata fragranza di rosmarino, essenza associata in diverse culture alla concentrazione.
Tuttavia, lontane da posizioni fisse, entrambe le opere iniziano a spostarsi. Il gesto di García, orientato verso l’immateriale e il percettivo, acquista una forza scultorea ineludibile; mentre la figura di De Mattia, aggrappata alla terra e allo sforzo di concretezza, sembra debordare nel proprio pensiero, con la testa fumante che allude a una forma di dissoluzione. In questo scambio, l’astratto si fa più denso e il concreto diventa instabile. È in questa tensione – mai del tutto risolta – che entrambe le pratiche trovano un punto di contatto: uno spazio in cui forma e idea si influenzano reciprocamente, spostando continuamente i propri limiti. Solo nell’immaginazione trova spazio l’idea dell’infinito.
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La mostra attiva uno scambio tra Toast Project ed Espacio Cabeza, spazio indipendente con sede a Guadalajara, Messico. Nell’autunno 2026 il progetto prosegue con un secondo capitolo della mostra presso Espacio Cabeza, che accoglierà una nuova produzione di Giuseppe De Mattia in dialogo con un intervento di Manuela García. Espacio Cabeza è uno spazio indipendente e senza scopo di lucro dedicato all’arte contemporanea.