TRA EX VOTO, BOTANICA E RITO: IL MONDO POSSIBILE DI CONCETTA MODICA





Entrando nell’atelier di Concetta Modica a Casa degli Artisti, la prima impressione non è quella di trovarsi davanti a una mostra nel senso consueto del termine. Il percorso sembra chiedere un’altra postura: rallentare, guardare da vicino, fermarsi. Le opere non sono disposte semplicemente per essere osservate, ma costruiscono progressivamente un ambiente nel quale natura, memoria, devozione e gesto quotidiano finiscono per appartenere allo stesso vocabolario.
*Liturgia*, a cura di Ilaria Mariotti e Susanna Ravelli, nasce dalla ricerca che Modica sta conducendo sulla possibilità di una preghiera contemporanea e non confessionale. La domanda iniziale è tanto semplice quanto difficile: abbiamo ancora bisogno di pregare insieme? L’artista non cerca una risposta teorica. La mette alla prova attraverso le cose.
Il cuore dell’installazione è la *Madonna dei Sepali*, una figura che Modica ha costruito nel tempo come una sorta di divinità privata e insieme collettiva. Non rappresenta una Madonna riconoscibile, non appartiene a un culto esistente. È una figura sincretica nella quale il linguaggio devozionale si incontra con quello botanico. Intorno a lei, piccoli pomodori con i sepali in volo sembrano disseminarsi nello spazio. Alcuni sono soli, altri formano piccoli gruppi: presenze minime che introducono nell’installazione un’idea di comunità senza mai dichiararla. La natura, del resto, non è un semplice soggetto. È il luogo nel quale la ricerca di Modica individua una possibilità di relazione. Fertilità, impollinazione, semi, crescita e protezione diventano categorie attraverso cui ripensare il sacro. Le sue *Divinità della natura* sembrano idoli provenienti da una religione ancora da inventare, mentre le *Notti Figurate*, disegni bianchi su fondo nero, trasformano il Sepalo in una figura errante dentro una costellazione di eventi e luoghi.
Ma è nei teli di organza che la mostra trova forse il suo passaggio più preciso. Stampati e ricamati, filtrano lo spazio della piccola cappella temporanea e riportano una preghiera antica, incisa su una pietra rinvenuta in Sicilia. Era un testo destinato a proteggere i raccolti. Modica lo trasferisce nella trama fragile del tessuto, attraverso il ricamo e la stampa. La parola perde la sua funzione originaria e, allo stesso tempo, ne recupera una nuova: non più formula magica, ma materia visiva, gesto manuale, memoria condivisa.
È un procedimento ricorrente nel lavoro dell’artista: prendere elementi che hanno già avuto una funzione — un’aureola, una preghiera, un’immagine devozionale — e sottrarli alla loro origine senza cancellarla. Le aureole recuperate da un vecchio negozio di articoli sacri, per esempio, vengono ricomposte in forme circolari che ricordano i mandala. Non c’è ironia e nemmeno nostalgia. C’è piuttosto la volontà di verificare cosa accade quando un simbolo continua a esistere dopo aver perso il proprio contesto.
Per questo *Liturgia* è una mostra che parla tanto del sacro quanto del lavoro dell’artista. Il tavolo di lavoro, con schizzi, appunti, materiali e piccoli oggetti, non viene nascosto: diventa parte dell’opera. La ricerca viene mostrata mentre prende forma, come se il pubblico fosse invitato a entrare non soltanto nello spazio dell’esposizione, ma nel tempo necessario a costruirla.
La dimensione collettiva completa il progetto. Il ricamo condiviso e gli incontri con il pubblico fanno della mostra un luogo in cui qualcosa può ancora essere fatto insieme. Non una comunità fondata sulla fede, dunque, ma una comunità temporanea fondata sull’attenzione.
È forse questo il punto più interessante di *Liturgia*: Modica non usa il sacro per dare all’arte una dimensione spirituale. Usa il sacro per interrogare una cosa molto concreta e contemporanea: la nostra capacità, oggi, di stare insieme intorno a un gesto che non abbia un’utilità immediata.