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(IT) Somalia: primo padiglione nazionale alla Biennale di Venezia

26.05.2026

[…] devi capire
che nessuno mette i propri figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno brucia i propri palmi
sotto i treni
sotto i vagoni
nessuno passa giorni e notti nella pancia di un camion
nutrendosi di giornali, a meno che i chilometri percorsi
non significhino qualcosa di più di un viaggio […]

(frammento della poesia “Old Spice” di Warsan Shire, esposta come parte del Padiglione della Somalia alla Biennale Arte 2026)

Un titolo di una mostra distribuita su tre piani all’interno del Palazzo Caboto a Venezia, che fino al 22 novembre 2026 ospita il Padiglione della Repubblica Federale di Somalia — “Saddexley” (dal somalo “saddex, “tre”), fa riferimento a una composizione triadica in poesia, utilizzata per ritmo, enfasi ed equilibrio. Nella tradizione orale somala, la poesia non è soltanto letteratura. Attraversa le generazioni, trasmettendo conoscenza e custodendo la memoria collettiva.

Rappresentando la Somalia per la prima volta alla Biennale Arte, gli artisti Ayan Farah, Asmaa Jama e Warsan Shire, insieme ai curatori Mohamed Mire e Fabio Scrivanti, gettano nuova luce sull’espressione “nazione di poeti”, attribuita ai somali dall’esploratore britannico e orientalista del XIX secolo Sir Richard Burton durante i suoi viaggi nel Corno d’Africa.

“Saddexley”, il Padiglione della Repubblica Federale di Somalia alla Biennale di Venezia 2026, installation views, ph Dobroslawa Nowak

Questo articolo avrebbe dovuto essere una rassegna degli otto padiglioni nazionali debuttanti, ma si è trasformato in un approfondimento su uno soltanto. Le altre nuove rappresentazioni — la Repubblica della Guinea Equatoriale, la Repubblica di Guinea, la Repubblica di Nauru, la Repubblica Socialista del Vietnam, il Qatar, la Repubblica di Sierra Leone e El Salvador — sono disseminate tra Venezia e oltre, fino all’Isola di San Servolo, che, devo ammettere, è stata una delle ragioni logistiche che hanno reso difficile portare a termine l’idea iniziale.

Inoltre, la visita al padiglione della Somalia mi ha ricordato ancora una volta quanto sia fondamentale vedere le mostre prima di recensirle, piuttosto che studiarle soltanto  in teoria, anche in  contesti molto concettuali. C’è sempre qualcosa che non può essere colto senza la presenza fisica. Questa mostra ne è un esempio evidente: non mi aspettavo di entrare  in un appartamento somalo, portato a Venezia come ricostruzione di un interno domestico a grandezza naturale, e sono riuscita a viverlo fino in fondo.

Il percorso inizia dall’elegante doppio ingresso inserito nella stretta facciata della residenza aristocratica Palazzo Caboto, illuminata dalla luce intensa del sole che si riversa sull’edificio. L’esperienza è caratterizzata anche dalla prossimità  di un canale, da cui si possono sentire lo scorrere dell’acqua e le voci delle persone che si radunano lungo le sponde. Alla soglia, il profumo dell’incenso somalo accentua la  presenza nel qui e ora.

Oltre la porta, le scale in legno scricchiolanti conducono al primo piano: un salotto somalo a grandezza naturale con una televisione che lampeggia  e ronza, e un grande zaino nero lasciato con disinvoltura sul divano, successivamente indicato come riferimento alla cultura nomade del Paese. Sembrava davvero che qualcuno lo avesse lasciato solo un minuto prima, andando in bagno o in cucina a prepararsi un panino, prima di uscire di nuovo. Interessante come l’idea del viaggio sia al centro anche del luogo stesso, poiché Palazzo Caboto prende il nome da Giovanni Caboto, il navigatore veneziano che salpò per l’Inghilterra nel 1497 e raggiunse le coste del Nord America.

Distribuiti sui tre piani della mostra si trovano testi letterari di Warsan Shire, opere tessili di Ayan Farah e lavori filmici e installativi di Asmaa Jama, trasformando “Saddexley” in una poesia triadica.

La prima raccolta poetica di Warsan Shire, “Teaching My Mother How to Give Birth” (Insegnando a mia madre come partorire), è stata pubblicata nel 2011, mentre la seconda, “Bless The Daughter Raised By A Voice In Her Head” (Benedici la figlia cresciuta da una voce nella sua testa), nel 2022. Shire è inoltre autrice del cortometraggio “Brave Girl Rising” (La ragazza coraggiosa che si rialza), che si focalizza sulle voci delle ragazze somale all’interno del più grande campo profughi dell’Africa. In mostra, i testi dell’artista sono presentati su diversi pannelli distribuiti nelle sale, in un carattere semplice, lettere bianche su fondo nero. Questa forma essenziale contrasta l’intensità delle poesie. Ognuna di loro colpisce quando meno ce lo aspettiamo.

“Saddexley”, il Padiglione della Repubblica Federale di Somalia alla Biennale di Venezia 2026, installation views, ph Dobroslawa Nowak

Man mano che si passa da una stanza all’altra, grandi tessuti color grano posti su telai riempiono l’intero spazio della parete, dalla porta a sinistra fino alla finestra a destra, con vista sul canale. La situazione si ripete anche al piano superiore. Ayan Farah lavora tra pittura, ricamo e installazione, esplorando il paesaggio come uno spazio in cui geologia, lavoro, politica e storie coloniali si intrecciano. Indaga la terra, l’acqua, i sedimenti raccolti localmente e gli elementi naturali. La ricerca dell’artista si concentra sull’idea di una conoscenza inscritta nei materiali come forma di memoria.

Un’installazione composta da diverse reti da pesca gettate contro la parete, con un video proiettato su di essa, potrebbe sembrare troppo scenografica per funzionare, eppure, grazie alla ragionata giustapposizione degli elementi, trova un equilibrio sottile. Al centro, un collage di filmati d’archivio in Super 8 mm, con linee di testo e grafiche colorate, produce ritmo ed trasmette emozione. La luce esterna filtra nella stanza attraverso piccole aperture dalle forme particolari nel rivestimento nero delle finestre.
La poesia di Asmaa Jama è stata ampiamente riconosciuta e pubblicata su riviste letterarie. Come regista, combina narrazione visiva con temi di memoria d’archivio, mito e narrazioni diasporiche.

Con una presenza così distintiva, ci si può chiedere perché siano servite 61 edizioni della Mostra Internazionale d’Arte per vedere la Somalia tra i padiglioni nazionali. Sebbene il Paese abbia vissuto fasi di sviluppo culturale dopo l’indipendenza del 1960, il crollo del governo centrale nel 1991 ha reso di fatto impossibile la partecipazione a tali eventi, a causa dell’assenza di finanziamenti, di un sostegno istituzionale statale e di un’infrastruttura culturale stabile. Nei decenni successivi, la Somalia ha attraversato una guerra civile: frammentazione, terrorismo, crisi umanitarie e una persistente instabilità istituzionale.

Non sarebbe una vera Biennale senza qualche critica: le tre artiste scelte per rappresentare la Somalia sono voci della diaspora, cresciute e attive tra Regno Unito, Svezia e Danimarca. Per questo, alcuni artisti e organizzazioni somale hanno criticato il padiglione per non aver coinvolto in misura sufficiente artisti che lavorano direttamente in Somalia.

Editato da Marianna Reggiani

Dettagli della mostra:
Titolo: “Saddexley”, il Padiglione della Repubblica Federale di Somalia
Artisti: Ayan Farah, Asmaa Jama e Warsan Shire
Curatori: Mohamed Mire e Fabio Scrivanti
Luogo: Palazzo Caboto, 1645 via Giuseppe Garibaldi, 30122, Venezia
Date: 9 maggio – 22 novembre 2026
Promosso dal Primo Ministro della Somalia, Ministero dell’Informazione, della Cultura e del Turismo della Somalia, Ministero degli Affari Esteri della Somalia, Galleria Nordenhake, Galleria Kadel Willborn