3 mostre da vedere a gennaio
La nostra guida alle mostre in Italia
06.01.2026
Nella mitologia romana, gennaio è simboleggiato da Giano, protettore degli inizi e dei passaggi. Ha un busto e due volti che guardano in direzioni opposte: inizio e fine, entrata e uscita, prima e dopo. Marca un cambiamento, ma allo stesso tempo suggerisce continuità, perché lui rimane integro, non si spezza, il suo busto regge entrambi i crani.
A gennaio si sente spesso il bisogno di dedicare liste, buoni propositi, agende nuove e calendari, perché sembra essenziale, per l’essere umano, misurare il tempo, stabilire il “quando” delle cose, prima ancora del “perché”.
Le tre mostre selezionate questo mese si pongono domande che nascono nel passato più o meno recente ma che non smettono di interrogare il presente, in una continuità che non smette di fluire.
Suggeriscono di allargare lo sguardo, vedere cosa c’è oltre i confini di ciò che consideriamo sicuro, perché ci sono luoghi in cui il passato si ripete indisturbato, senza nessuna divinità che interceda. Ci chiedono di riconsiderare il nostro concetto di giusto e sbagliato, ci sfidano a mettere in discussione i nostri sistemi, le nostre scale di valori. Ci invitano, infine, ad abbracciare l’indefinito, l’astratto, il concettuale, dove il tempo non esiste e le possibilità possono essere infinite.
Material of an exhibition. Stories, Memories and Struggles from Palestine and the Mediterranean - Fondazione Brescia Musei (fino al 22 febbraio)
Emily Jacir, Material for a Film, Fondazione Brescia Musei. Photo Alberto Mancini
Gli artisti al centro della mostra presso il Museo di Santa Giulia in realtà provengono dai margini: Gaza, West Bank, Libano, luoghi di conflitto smembrati dallo sguardo occidentale e da una narrazione obliqua e frammentata.
Il titolo del progetto curato da Sara Alberani racconta una storia di sangue e allo stesso tempo rende omaggio all’opera che conclude il percorso, Material for a Film dell’artista palestinese Emily Jacir: cento libri dalle pagine bianche colpiti da un proiettile rievocano la copia del libro Le mille e una notte che il poeta palestinese Wael Zuaiter portava in tasca il 16 ottobre 1972, a Roma, quando fu assassinato dal Mossad. Il libro, simbolo della narrativa araba e che Zuaiter aveva intenzione di tradurre in italiano, è rimasto traforato dai proiettili insieme al corpo del poeta.
La mostra si chiede se sia possibile trovare nelle arti visive un mezzo di resistenza attiva alle politiche di sopraffazione, agli atti intimidatori, alle pratiche repressive, al colonialismo bianco. Consapevoli che la solitudine è un tacito lasciapassare allo smembramento delle comunità, le voci degli artisti del Mediterraneo fungono invece da collante, nel tentativo di recuperare — o conservare — quell’integrità che rende possibile il dialogo e lo scambio.
Accanto alle opere di Jacir, voce internazionale premiata con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2003, Mohammed Al-Hawajri e Dina Mattar espongono le opere salvate dai bombardamenti del dicembre 2023 nella striscia di Gaza, mentre All of the lights dell’artista libanese Haig Aivazian investiga le strutture di potere all’interno della società contemporanea.
Tra le prime mostre dedicate al contesto palestinese in un museo pubblico italiano, Material for an exhibition parla lingue diverse — installazione, video, fotografia, pittura e disegno — ma gli artisti che la abitano esprimono tutti, indistintamente, lo stesso rifiuto di scomparire.
Body Sign. VALIE EXPORT e Ketty La Rocca - Thaddaeus Ropac, Milano (fino al 28 febbraio)
Body Sign. VALIE EXPORT e Ketty La Rocca, Thaddaeus Ropac, Milan, exhibition view. Photo Roberto Marotti
Non si sono mai incontrate Ketty La Rocca e VALIE EXPORT, eppure le loro pratiche artistiche hanno viaggiato su binari paralleli. Non è servito parlarsi, è bastato abitare lo stesso mondo per qualche decennio — non moltissimi, dal momento che La Rocca morì a soli 38 anni per un tumore alla testa nel 1976.
Una a Firenze e l’altra a Vienna, per entrambe l’arte coincise con una rabbiosa lotta al sistema linguistico tradizionale e un profondo ripensamento del corpo femminile nello spazio urbano: “Il linguaggio dominante era una forma di manipolazione. Il piano era quello di aggirare queste forme di controllo sociale. […] Questa era la forza del corpo femminile: essere in grado di esprimersi direttamente senza alcuna mediazione.”1
Consapevolezza immediata per entrambe fu quella di non poter operare su un unico versante ma, al contrario, di dover inglobare quanti più media possibile. Performance, cinema, scultura, video, fotografia concorrono ad attaccare su più fronti un sistema secolare fondato su binarismo, definizione ed esclusione.
Da TOUCHCINEMA, performance che vede EXPORT invitare il pubblico a toccarle il seno attraverso una scatola aperta, alle “presenze alfabetiche” di La Rocca — sculture nere di lettere e segni di punteggiatura che sottolineano i limiti del linguaggio verbale — e alla sua opera video Appendice per una supplica, in cui due paia di mani maschili e femminili esprimono il potere del gesto puro, scevro da ogni verbalità, fino all’opera che presta il titolo alla mostra stessa: in Body Sign, VALIE EXPORT si fotografa mentre scopre la coscia, e una giarrettiera tatuata proprio lì dove una vera giarrettiera andrebbe indossata.
Sono opere che usano il sarcasmo per sfidare il sistema, la politica, il mondo dell’arte, parlando un femminismo arrabbiato ma lucido, distaccato, analitico, in cui non vince il sentimento cieco ma la logica espressione di dissenso.
La mostra presso la sede milanese di Thaddaeus Ropac — aperta lo scorso settembre —, finalmente permette alle due artiste di incontrarsi, toccarsi e parlare con un linguaggio tutto loro, quello che hanno contribuito a plasmare con le loro ricerche indefesse e testarde. Ciò che si dicono, al di là del verbo, resta un loro segreto.
Turcato - Fondazione Giuliani, Roma (fino al 31 gennaio)
Turcato, Fondazione Giuliani, Roma, exhibition view
Un solo colore: attraverso il monocromo Giulio Turcato ha saputo parlare di proliferazione, abbondanza, genesi, crescita. Nel colore puro c’è spazio per tutto, non serve altro. Basta a far respirare le superfici, a renderle vive e palpitanti, a farle muovere impercettibilmente.
Il pittore mantovano, tra i più estrosi del dopoguerra, ha intrecciato impegno politico e ricerca formale, rigettando insieme ai suoi colleghi — e una sola collega, Carla Accardi — del gruppo Forma 1 il realismo e il rigore figurativo dell’arte comunista in favore di un astrattismo libero ed emancipato. Le sue tele sono spazi in cui l’essenzialità della cromia convive con la complessità di chi guarda, la accoglie e la ascolta, quasi la inghiotte nelle sue profondità. Chi osserva vi cade senza protezioni, ma la botta è dolce, la superficie morbida e gentile. Il colore abbraccia e non respinge, costruendo luoghi di ascolto in cui si può trovare ciò che si cerca: pace, dubbi, mostri.
Meno materico e inquieto di Alberto Burri, meno scientifico di Enrico Castellani, per Turcato “il monocromo non è mai un approdo definitivo, bensì un inizio”2, non serve a dare risposte ma a risvegliare nuovi interrogativi. È un campo di indagine attivo, in cui le cose avvengono, in cui crescono i fiori, l’acqua bolle, il fiammifero si accende. Non è un terreno teorico, ma una zona profondamente pratica, il cui obiettivo è attivare, mettere in moto.
Bastano a Turcato due elementi per contenere l’universo: colore e forma. Di questo, in fondo, è fatto il mondo.
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1 VALIE EXPORT, “VALIE EXPORT,” interview by Devin Fore, Interview Magazine, August 24, 2012
2 Dal press release