3 mostre da vedere a maggio
Biennale Arte 2026, eventi collaterali
12.05.2026
Nella storia della Biennale non si erano mai viste immagini come quelle dello scorso 8 maggio, data di preapertura della più grande rassegna d’arte contemporanea al mondo.
Lo sciopero di circa trenta padiglioni nazionali in risposta all’appello lanciato da ANGA (Art Not Genocide Alliance) e le dimissioni della giuria a pochissimi giorni dalla cerimonia iniziale — che infatti è stata annullata — sono state risposte sintomatiche di un clima che traboccava di tensione già dall’inizio, con la morte della curatrice Koyo Kouoh il 10 maggio 2025 — a un anno esatto dall’apertura della Biennale Arte. Il team curatoriale da lei selezionato ha infatti scelto di portare comunque a termine il progetto intitolato In Minor Keys: “Nel rifiuto di assistere all’orrore, è arrivato il tempo di ascoltare le tonalità minori, di sintonizzarsi sottovoce con i sussurri, sulle frequenze più basse; di trovare le oasi, le isole, dove viene custodita la dignità di tutti gli esseri viventi”, si legge nello statement della curatrice camerunese.
C’è chi sostiene — ancora — che nell’arte non ci sia spazio per la politica. Eppure assistiamo oggi a una Biennale messa a repentaglio, nei suoi meccanismi secolari e nelle sue strutture autorevoli, dalle reazioni spontanee di artisti, lavoratori e curatori a ciò che accade nel mondo. Tentare di scindere arte e politica significa rinnegare la natura profondamente umana, pratica e sociale dell’arte contemporanea. Mantenerla “pulita” e “pura” è una pretesa non solo obsoleta ma potenzialmente violenta, che conduce all’esclusione di intere categorie di persone.
Quanto sta accadendo in questi giorni in laguna non è una polemica: è politica. Le tensioni che attraversano oggi i Giardini, l’Arsenale e l’intera città nascono da esigenze di visibilità e richieste di ascolto. Le tre mostre selezionate, tra i 31 eventi collaterali, sembrano rispondere a questa tensione, ponendo al centro esperienze, storie reali, soggettività misconosciute — dalle comunità queer e la questione di genere fino alle geografie marginalizzate.
Scotland + Venice: Bugarin + Castle - Olivolo, Castello 59/C, Venezia (9 maggio – 22 novembre)
(left) Bugarin + Castle and Dr Morven Gregor on the occasion of Shame Parade opening at Scotland + Venice during the 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Image by Dimitri D’Ippolito. Courtesy of the Artists and Scotland + Venice;(right) Bugarin + Castle, Nocturnal Amusements, part of the exhibition Shame Parade curated by Mount Stuart Trust for Scotland + Venice at La Biennale di Venezia in 2026. Image by Dimitri D’Ippolito. Courtesy of the artists and Scotland + Venice.
Qual è il meccanismo che attiva il senso di vergogna? Chi decide cosa è vergognoso e cosa non lo è?
Nel medioevo la pubblica umiliazione era una forma di spettacolo che utilizzava suoni, costumi e maschere, traducendo una crudele pratica punitiva in una vera e propria performance popolare. Riservata ai trasgressori sociali — “la donna ribelle, il cornuto, la prostituta, il sodomita” — la pubblica gogna mirava a privare le categorie selezionate del senso di umanità, trasformandole in oggetti scenici.
La comunità queer e trans oggi subisce lo stesso trattamento tramite mezzi diversi — odio mediatico, mancanza di assistenza sanitaria, totale assenza di educazione alle differenze. Il duo di Glasgow Bugarin + Castle (Davide Bugarin e Angel Cohn) rivisita in chiave contemporanea le forme di punizione primitive e barbariche all’interno di un’ottica queer, attraverso un linguaggio stratificato, ricco e carico di ambiguità. Trascrizioni di corte del XIV secolo, incisioni satiriche del XVIII secolo, ballate e armature medievali concorrono a ribaltare l’equilibrio riconosciuto, riappropriandosi degli strumenti di controllo — in primis il travestimento — per trasformarli in mezzi di espressione di sé.
Se oggi il trasgressore sociale è colui che ama liberamente, che rifiuta la colonizzazione del proprio corpo, che rifugge ogni forma di definizione imposta dall’esterno, nelle opere di Bugarin + Castle il trasgressore diventa narratore, storyteller, centro gravitazionale.
“Per chi è inquieto e appassionato, da un duo inquieto e appassionato” è lo statement degli artisti. “Realizziamo il nostro lavoro in un contesto odierno in cui le vite di persone trans e lavoratrici del sesso vengono dibattute e influenzate nei tribunali e nei parlamenti”.
Consapevoli che “L’opera non cancella la vergogna”, gli artisti abbracciano “la complessità, la viscosità e la collisione tra suono, voce e vergogna”
Nalini Malani – Of Woman Born - Kiran Nadar Museum of Art Magazzini del Sale n. 5, Fondamenta Zattere ai Saloni, Dorsoduro 262, Venezia (9 maggio – 22 novembre)
Nalini Malani – Of Woman Born, Biennale Arte 2026, courtesy the artist and the gallery
“Le esperienze quotidiane che si stanno verificando nel mondo ti fanno venire voglia di stringere i pugni, serrare i denti, gridare — in un momento di isteria”.
L’artista indiana Nalini Malani va molto indietro, nel V secolo a.C., per leggere il presente e provare a resistere a questa tensione.
Oreste è una tragedia euripidea del 408 a.C. ed è in questa storia catastrofica che Malani ritrova uno specchio del presente. Per vendicare la morte del padre Agamennone, il principe greco si rende responsabile dell’assassinio della madre Clitemnestra e del suo amante Egisto, per poi essere graziato dal perdono di Atena.
Secondo l’artista, il mito ha molti punti in comune con il nostro presente, dove le guerre si combattono per “legittima difesa” e i violenti restano impuniti. Arriva allora a chiedersi: per chi viene scritta la Storia? Che succederebbe se a raccontarla fossero coloro che la violenza l’hanno subita senza aver avuto diritto di replica? Sono le donne, per Malani, a portare il peso dei conflitti globali. Brutalmente silenziate e delegittimate, le loro storie sono poste al centro della mostra curata da Roobina Karode: all’interno di una camera immersiva, sessantasette figure animate si alternano e si sovrappongono, tutte derivanti da circa 30 mila disegni su iPad. L’immagine più ricorrente è The Skipping Girl, simbolo di libertà e movimento, sulla quale non ha potere né la coercizione né il controllo.
Malani adotta una prospettiva femminista per rileggere i conflitti, le tensioni, le ingiustizie e le disparità. Le sue figure che indomite occupano le pareti dei Magazzini del Sale sono presenze mutevoli, protagoniste di una riscrittura urgente e necessaria.
TURANDOT: To the Daughters of the East - Parasol Unit Foundation for Contemporary Art Palazzo Franchetti, San Marco 2847, Venezia (9 maggio – 31 ottobre)
Lida Abdul, White House, 2005, Photographic still from the artwork. © Lida Abdul. Courtesy the artist and Galleria Giorgio Persano
Turandot è stata una principessa slava, russa e poi cinese. Ha attraversato secoli di mitologia, letteratura e opera lirica, cambiando nome, personalità, provenienza. Comparsa per la prima volta nella letteratura Persiana nell’opera di Nezami Ganjavi, Haft Paykar (Seven Beauties), arriva fino a Giacomo Puccini che ha intrecciato la sua storia con la tradizione drammatica italiana dando vita a una delle opere liriche più intense della musica mondiale.
Nella lingua farsi — la lingua persiana moderna — “Turandot” significa “figlia di Turan”, regione a nord-est dell’Iran oggi conosciuta come Asia Centrale. Comprende Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, un tempo parte dell’Impero Persiano.
La mostra ospitata da Palazzo Franchetti e curata da Dr. Ziba Ardalan presenta le opere di undici artiste provenienti dai territori che Turandot, come una madre amorevole, protegge e contiene.
L’identità di Turandot è malleabile come i confini e le morfologie geografiche, come i valichi che si spostano sotto l’influsso del tempo e della Storia. La sua lingua cambia nel tempo, così come fa qualsiasi corpo vivo. Ibrida e accogliente, non confina e non sopprime chi la abita. Tra video, installazione, scultura, pittura, parola, opere tessili e sonore, “le figlie” di Turandot portano a Venezia storie di creatività e convinzione collettive.
Editato da Dobroslawa Nowak