THE ITALIAN ART GUIDE

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3 mostre da vedere a marzo

La nostra guida alle mostre in Italia

03.03.2026

La rabbia può unire più dell’amore. Porta all’azione, al movimento, nei migliore dei casi al cambiamento. Nell’amore invece, così come nella felicità e in tutte le sensazioni di appagamento, ci si adagia. Si sta comodi. 
“Se non provi rabbia è perché non stai prestando attenzione” si legge spesso sul web e nei cortei. è una scelta conveniente quella di non provare rabbia, non scomodare un sentimento per sua natura conflittuale, talvolta violento e distruttivo. Si risparmiano energie, ci si sente liberi di non impegnarsi in nulla. Il rapporto con la rabbia assomiglia a una relazione sentimentale contemporanea: se non mi lego, non sono costretto a fare niente, se non mi arrabbio, posso fingere di non vedere.

Le tre artiste di questo mese di rabbia ne hanno provata tanta, senza nasconderla né rinnegarla. Un artista difficilmente può permettersi di ignorare ciò che sente. Per tutte e tre la rabbia ha assunto declinazioni e fisionomie proprie – un malinconico ritratto, un cinico accostamento di immagini, una stabile scultura. 
Ma tutte e tre, con la rabbia, hanno instaurato una relazione sana, solida e duratura. Forse, molto più che con l’amore.

Alice Neel. I am the century - Pinacoteca Agnelli, Torino (fino al 6 aprile)

Alice Neel, Irma Seitz, 1963, olio su tela, 111,8 × 81,3 cm, courtesy the artist and the gallery;

In un Novecento che inseguiva l’astrazione, il figurativo convinto di Alice Neel ha fatto la sua rivoluzione con ritratti, paesaggi e nature morte.
Nelle sue tele si affollano le solitudini profonde della nuova società: sguardi persi, afflitti ma mai disperati, in una sorta di rassegnata accettazione che ormai la vita era quella, e quella sarebbe rimasta. Il suo animo da espressionista incallita ha tradotto in tratti decisi le vite più deboli e precarie, lasciando il colore libero di seguire il sentimento.
Nata allo scoccare del secolo in Pennsylvania, la pittrice trova materiale umano da ritrarre per tutta la vita nel teatro mondano dell’Harlem newyorkese. I suoi soggetti provengono dalla comunità black, queer e ispanica, ma ci sono anche intellettuali e ricchi personaggi della classe borghese che lentamente scivolava nella Grande Depressione. 
E poi tante, tantissime donne: anziane, incinte, bambine, malate; seni cadenti che allattano, gambe scomposte, corpi nudi e sgraziati. All’interno della sua “commedia umana”, Alice Neel ha ridefinito l’immaginario femminile del Novecento con la naturalezza e la convinzione di chi quell’immaginario avrebbe voluto non subirlo.
Il verbo “ritrarre” ha due significati: “trarre copia, immagine fedele”, ma anche “tirare fuori, estrarre”. Il ritratto per Neel è questo: tirare fuori quello che non si vede e mostrarlo sulla tela in un brevissimo attimo di verità.

Fotoromanzo (Nicole Gravier) - Villa Medici, Roma (fino al 4 maggio)

Nicole Gravier, Lo amerò sempre, Serie Miti e cliché: fotoromanzi, 1976-1978, C-print photocolor con collage, 50×75 cm, courtesy l’artista e ERMES ERMES, Roma

Sono le donne perfette e silenziose delle pubblicità quelle che troviamo nei collage di Nicole Gravier: pettinate e lucidate, pronte per essere tristi, innamorate, in attesa, senza speranza. Possono essere tutto, qualsiasi tipo di donna venga loro richiesto. La pubblicità funziona così. 
È con i loro volti e le loro pose affrante che l’artista lavora, dissezionando le immagini mediatiche di spot e fotoromanzi all’italiana per mettere a nudo gli stereotipi e i luoghi comuni: la famiglia, la femminilità, la subordinazione economica e sociale al maschio, il mito della bellezza. Tutto è smascherato con un gioco di ironia e irriverenza tramite la pratica del détournement visivo, di cui Gravier fu pioniera. L’artista francese prende e sposta, un “copy and paste” di pose omologate e cliché ripetitivi per decostruire dall’interno un linguaggio visivo fondato sul controllo patriarcale che investe l’estetica, i rapporti, l’affettività e la politica.
Con la sua prima retrospettiva in Italia si rende omaggio a un’artista che, nata ad Arles, ha scelto l’Italia – prima Milano e poi Roma – per studiare, formarsi, osservare il mondo, condividendo spirito e intenti con le colleghe della rivoluzione femminista italiana.

Pamela Diamante. Le invisibili. Esistenze radicali - Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto”, Bari (fino al 21 aprile)

Pamela Diamante, Le Invisibili. Esistenze radicali, 2026, Installazione ambientale, ceramica e ferro, 500 x 450 x 360 cm, Opera Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.

Nei campi di raccolta stagionale del Sud Italia, le braccianti agricole sono un corpo solo: plurale, collettivo, un’unica forza, uno sciame di api. Volto sempre basso per il peso sulla schiena, senza identità o storie personali. Lavorano la terra, sostanza che crea, protegge, riscalda, custodisce. Lo fanno con la carne, con le mani immerse nel suolo morbido, mentre ne estraggono i frutti più buoni e preziosi.
Pamela Diamante, artista figlia della Puglia, rende i loro corpi in metallo, materiale forte e assertivo, esposto alle intemperie senza piegarsi mai. Sedici aste in ferro sostengono dischi metallici e zappette forgiate in ceramica, referente simbolico delle macchine agricole. 
L’artista converte una condizione di invisibilità, sfruttamento e isolamento in un canto corale e una danza collettiva. Opera una denuncia sociale parlando il linguaggio immediato del contrasto: nella splendida Sala del Colonnato, le imperturbabili aste metalliche sono una aromantica presenza, corpi animati da una forza decisamente diversa da quella statuaria, marmorea e gloriosa del Marinaio e l’Agricoltore di Giulio Cozzoli, poco distanti. La loro è silenziosa e senza sentimento. Così le lavoratrici della terra del sud si fanno presenza spiazzante, verità scomoda, composizione ferrea.