THE ITALIAN ART GUIDE

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3 mostre da vedere ad aprile

La nostra guida alle mostre in Italia

07.04.2026

Non c’è luogo in cui l’arte contemporanea non si possa trovare: nel disordine, negli errori, nelle brutture del mondo. Abita il quotidiano, non aspetta il momento giusto, e avrebbe molto da insegnare ai perfezionisti — il concetto di perfezione costantemente messo in crisi. 
Vive nella brevità del momento, nell’istintualità, nella lettura appassionata del mondo. Germoglia anche lì dove non batte il sole, perché talvolta ha bisogno di ombra molto più che di luce, soprattutto se la luce è quella artificiale di un riflettore piuttosto che quella naturale, per quanto sbieca, del sole.

Le tre mostre selezionate ci ricordano che esistono altri luoghi al di fuori dei grandi circuiti dell’arte contemporanea, meno patinati, più porosi e attraversabili. Luoghi in cui la marginalità è un punto di inizio e non una condizione da subire.

Romane de Watteville. I’ll miss you when you scroll away - Istituto Svizzero, Milano (fino al 4 luglio)

Romane de Watteville, Menacing paradise, 2025, Oil on canvas, 190 × 180 cm (74 3/4″ × 70 7/8″), Courtesy the Artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan, Photo: Mina Albespy;

La festa è finita, la musica si affievolisce e le luci si accendono. Quel che rimane, nei dipinti di Romane de Watteville, sono tavoli sommersi dai segni della sera precedente, dagli avanzi di cibo raffreddato e ceneri di sigaretta. L’abbondanza di dettagli fa rumore: sembra di sentire il vociare, le risate fragorose di chi quella sera ha fatto molto tardi. Le scene parlano di un’intimità che si consuma con la stessa velocità con cui si dimentica, un’intensità che si raffredda con i primi raggi dell’alba, un romanticismo stropicciato dalla sbornia.
Lo spazio sulla tela è saturo, il ritmo serrato crea un senso di sopraffazione, un procedere per addizione quasi maniacale. Il risultato è un resoconto della serata che non risparmia niente. Come gli schermi dei nostri telefoni, le tele verticali restituiscono le vite degli altri senza distinguere il dettaglio intimo dalla finta ostentazione, con un’estetica che ha in sé il pop e il Surrealismo, la patina lucida del contemporaneo e l’allucinazione collettiva.

Nella sua prima mostra personale in Italia, l’artista classe 1993 racconta cosa succede quando la performance sociale si conclude, e la vita torna ad essere quella di prima. Restano i postumi, il mal di testa, il disordine da ripulire, il senso di vuoto dopo che la serata è stata così piena da non ricordare più niente. Restano gli oggetti, i vestiti sul pavimento, i piatti sporchi, le bottiglie versate a raccontare di noi. Mentre noi siamo in bagno, piegati sui postumi della notte.

PINKING UP - Kunstverein, Bolzano (fino al 9 maggio)

Atelier dell’Errore, Pinking up, mostra presso Ar/Ge Kunst, Bolzano. Foto Tiberio Sorvillo, 2026

La storia dell’Atelier dell’Errore è iniziata con un laboratorio artistico per bambini e bambine neuro divergenti. Oggi, il collettivo autonomo composto da dodici artiste e artisti si guarda indietro dopo più di vent’anni di attività e si racconta al Kunstverein di Bolzano attraverso la sua ultima stagione produttiva: Unknown Pleasures. 
Che cos’è il desiderio? Da dove proviene? È un sentimento o un istinto del corpo?
Nelle opere realizzate su superfici specchianti, il desiderio è energia comune che avvicina, che viaggia attraverso i corpi, che trasforma e non appartiene a nessuno. Forza libera, senza vincoli e traiettorie, il desiderio investe la forma delle cose, organismi in continua evoluzione. Come in una semplice equazione, finché c’è il desiderio, l’organismo si trasforma, e questa equazione, nelle tele del collettivo, prende la forma dell’animale. Una creatura ambigua — dai colori accesi e dalle forme primordiali, fatta di carne, membrane, artigli, antenne, eppure senza forma — si trasforma su ogni tela.

L’Atelier dell’Errore concepisce il desiderio come qualcosa che va oltre la tensione erotica e l’istinto sessuale: è anima, soffio vitale, essenza del corpo. Quando i corpi non desiderano più, l’evoluzione si ferma, l’animale si adagia in una forma definita, fino a morire.

E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità - Fondazione Made in Cloister, Napoli (fino al 21 giugno)

Exhibition view E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità, Fondazione Made in Cloister, Progettazione mostra: Mariano Cuofano, © Francesco Squeglia

Con un titolo che è già un manifesto — e che cita il poema autobiografico My Life della poetessa americana Lyn Hejinian — la mostra allestita nel chiostro della Chiesa di Santa Caterina a Formiello riflette sulle possibilità di intendere l’arte contemporanea come pratica di resistenza attiva.
Ideato dal collettivo curatoriale indipendente nonlineare, il progetto assume infatti traiettorie curvilinee, che si snodano tra le zone d’ombra e i luoghi di confine. È da lì che provengono le cinque voci delle artiste che popolano il percorso, che si raccontano attraverso le proprie storie personali all’interno di una narrazione collettiva, rivolta alla comunità.

Dall’Archivio de la Memoria Trans — tra i più importanti al mondo dedicati alla memoria della comunità trans latino-americana — a Gabrielle Goliath — voce internazionale e vittima emblematica della tracotanza del sistema dominante — le artiste in mostra si nutrono dei legami reciproci per rivendicare lo spazio, fisico quanto culturale, a lungo negato dai grandi circuiti del sistema dell’arte. 
Tra fotografia, installazioni, pittura e materiali d’archivio, le opere rappresentano un’unica testimonianza collettiva, un testamento storico, un’affermazione di sé e della propria specificità.