Lettera per un’istituzione. Storia presente della Biennale d'Arte di Venezia
Di Kamil Sanders
23.06.2026
Tra gli autori selezionati attraverso la open call per saggi critici sulla 61ª Biennale di Venezia.
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Il campo dal quale muove questo montaggio ci è recapitato dalla Biennale numero 34. Il tempo dello scatto è il giugno 1968, nei giorni della vernice. Il fondale: le calli di Venezia, gonfie dei cortei studenteschi spche reclamano, tra molte cose, un’esposizione senza premi, intesi quali accenti particolari del gergo del Potere, governativo o commerciale.
Dentro la Biennale, oltre il cordone di polizia che separa la contestazione dalla realtà, molti degli artisti espositori esibiscono la propria solidarietà ai manifestanti e, dando luogo a un copione che sarà celebre, girano e foderano le proprie opere.
Gastone Novelli, ottimo pittore e solido pensatore, venuto a mancare lo stesso anno, verga sul retro di una tela un testamento politico che non pertiene a lui solo: LA BIENNALE È FASCISTA.
I fatti che succedettero a quest’immagine eroica sono cosa meno risaputa.
Il 22 giugno, appena prima dell’apertura al grande pubblico, mentre un ultimo corteo si spingeva fino al Padiglione USA al grido di «Vietnam libero», la commissione giudicante dei premi sfilava tra le opere e decretava i vincitori. Al suo passaggio, tutti gli artisti, senza eccezioni, scoprivano i propri lavori.
Così si addomesticavano i fiori del Sessantotto: non più cesoie, ma concorsi di bellezza.
Perché, l’artista cosa fa? Tende ad arrivare alla Biennale e ne è appagato, o perlomeno il tentativo da parte del Potere è questo: di cercare una struttura nella quale tutti gli sforzi degli artisti vengano diretti e vengano, poi, incanalati in quel senso lì, impedendo con questo che, invece, vadano dispersi in direzioni che il Potere non può controllare e che potrebbero essere pericolose per il Potere stesso.
Enrico Castellani, contenuto in Carla Lonzi, Autoritratto
Manifestazione contro la Biennale del 1968 in Piazza San Marco in una foto di Ugo Mulas @ Eredi Ugo Mulas
La Biennale d’Arte venne al mondo nel 1895, dopo cinque anni di gestazione, su impulso del comune di Venezia nella persona del sindaco Riccardo Selvatico.
Nel 1930 essa fu fatta Ente autonomo, posta nelle dipendenze strette del regime mussoliniano. Il nuovo statuto contemplava, tra varie misure, la nomina governativa del direttivo, e sarebbe perdurato ben oltre la caduta della dittatura, fino al 1973. A buon titolo risuona la sentenza di Novelli: nel 1968, e oltre, la Biennale è fascista.
A partire dal dopoguerra, la Biennale, come qualunque rispettabile istituzione culturale, s’imbatte in crescenti difficoltà nel reperimento dei fondi necessari a sostentarsi. A questa urgenza fa seguito il decreto legislativo del 29 gennaio 1998, che sancisce la Biennale quale persona privata, ribattezzata Società di Cultura la Biennale di Venezia, finalmente sbottonata all’iniezione di «eventuali contributi ed assegnazioni, anche a titolo di sponsorizzazione, di altri soggetti o enti pubblici o privati» (dal decreto legislativo n. 19 del 29 gennaio 1998). L’8 gennaio 2004, volendo ottimizzare i flussi, la Biennale è fatta Fondazione.
Il primo brand a immettersi nell’organismo è illycaffè, nel 2003. Gli fanno seguito, tra i molti, Swatch e Valentino, fino al perfezionamento di un’esclusiva con Bulgari dal 2026 e per le due future edizioni.
La Biennale non è stata l’unico complesso dell’arte contemporanea ad aprire le orecchie al capitale. Nel 2017, un colosso quale la Tate Britain ebbe a scoprire su di sé gli esiti più sgradevoli di questo genere d’infiltrazioni, quando BP, tra le principali multinazionali degli idrocarburi, non rinnovò il proprio contratto quasi trentennale, a seguito delle proteste di numerosi attivisti.
Che un’azienda così controversa abbia potuto pretendere di rifarsi la faccia con la pittura di un’istituzione tanto rispettata potrebbe ritenersi la deriva più disastrosa di un fatale malinteso. Tuttavia, mi pare che questo ragionamento possa essere spinto un po’ più in là, fino a dire che il punto critico di questi sgocciolamenti stia nello stesso apparentamento dei linguaggi artistici con i codici pubblicitari, dei quali i brand sono eternamente ostaggi.
D’altra parte, non è una cosa caduta nel nulla: la seduzione è un fatto biunivoco, e il 1964 testimonia che l’arte pativa già da tempo il fascino frizzante della società dei consumi.
Gastone Novelli alla Biennale del 1968 @ Agenzia Dufoto
Gilles Deleuze, dentro un testo fondamentale del proprio pensiero giovanile, titolato Istinti e istituzioni2, concepiva una variazione che imprimo come svolta a queste righe: le istituzioni ripensate quali aspetto creativo, gioioso, del diritto, idealmente contrapposte alla disposizione coercitiva delle leggi.
Volendo giustapporre questa nozione con gli stralci contenuti nei paragrafi precedenti, ci si potrebbe arrischiare a cavare l’idea che la Biennale, così velocemente traghettata dalla spelonca dei fascismi alle stelline del capitale, non abbia mai avuto per sé il tempo di sognarsi istituzione.
L’istituzione, stando ancora a Deleuze, immagina. In tal modo essa pretende, in buona fede, di stare al servizio delle necessità di una collettività. Quando questa pretesa è tradita, per eccesso o carenza di zelo, l’istituzione espone i propri limiti. Fuori di questi limiti, negli spazi restati incustoditi, germinano le contestazioni. Esse, talvolta, sono coltivate fino al fiore della rivoluzione, l’atto immaginativo complementare.
Nel 2026, la laguna consegna alle sponde del presente le spoglie di una creatura schizofrenica. Essa esibisce, arenato nel giorno, il busto queer e meticcio di una straniera ovunque, sormontato da un sorriso rassicurante, in chiave minore, portando alla mente, più che i movimenti terzomondisti, quelle multinazionali che a giugno mettono i colori dell’arcobaleno, tese nello sforzo di approdare a nuove pentole d’oro.
Sotto, molto al di sotto del pelo dell’acqua, questa creatura ha le caviglie bene imbullonate alla zavorra delle proprie fondamenta coloniali. I segni di tale retaggio trapelano da ogni lato di una disposizione spaziale architettata in epoca fascista, e giunta all’oggi senza risemantizzazioni significative3.
Questa speciale dissociazione che affligge la Biennale, creatura che è simultaneamente nazionalista e decoloniale, capitalista e inclusiva, porta in dote una singolare predisposizione a sgusciare incolume tra le obiezioni4. L’alienazione delle parti corrode la forma. Privato d’ogni lineamento indicativo, l’organismo si sforma e cola e infine passa allo stato di gas. Così fatto, esso potrebbe essere ogni cosa: si spande lungo tutto l’orizzonte, senza lasciare un filo d’aria per un contraddittorio.
Così, nel momento in cui la Biennale manifesta la propria insufficienza, anziché accettare la propria finitudine e asserragliarsi a sognare dietro i propri sacrosanti confini, e fare spazio, essa si sforma a dismisura per occupare tutta la superficie disponibile: e così prende la via del Potere, che sempre, in forma d’impero o di mercato, con i premi o con le sponsorizzazioni, tende a occupare tutto quello che sta sotto il livello dell’aria5.
Vista dell’esibizione Siniša Radulović, Out of the Blue, I’m Swept Away, a cura di Svetlana Racanović @ Siniša Radulović
Mi rendo conto che, nel corso di questa stesura, il piglio polemico abbia guadagnato terreno in misura decisamente maggiore rispetto al tono costruttivo. Ciò è dovuto al fatto che, entro quell’ipotesi di processo dialettico che contrappone istituzioni e contestazioni, il mio cuore penda decisamente per le seconde, escludendo contestualmente la possibilità di tenere un solo piede in due scarpe. Questa è anche la ragione per la quale ho scelto come esempio di arte in salute la proposta sovversiva del Montenegro, in luogo di un’esposizione più propriamente istituzionale come avrebbe potuto essere l’ottimo Padiglione del Vaticano, degno successore della tradizione di mecenatismo del papato.
Vista dell’esibizione Siniša Radulović, Out of the Blue, I’m Swept Away, a cura di Svetlana Racanović @ Siniša Radulović
Prima di lasciare la parola agli autori dei saggi che saranno pubblicati nei prossimi mesi, prendo lo spazio per un’ultima riflessione, che cerca di riallacciare alcuni passaggi restati aperti e che, nel far questo, si morda la coda e si ferisca.
Nel 1968, i premi della Biennale erano utile strumento per disinnescare le contestazioni degli artisti. Nel 2026, la Biennale fuoriesce mezza rotta da una serie di sfortunati e feroci confronti, che hanno visto l’istituzione cedere lungo praticamente tutti i fronti: specialmente a proposito dell’apertura dei padiglioni di Russia e Israele, essa è restata incapace di risolversi tra il doppiopesismo delle autorità e la necessità di sottrarsi a qualunque posizione divisiva che innervosirebbe gli investitori. È notevole che il casus belli, pare, sia stata l’irritazione dell’artista espositore di Israele, Belu-Simion Făinaru, di fronte all’eventualità, in quanto rappresentante di uno stato genocida, di non poter ricevere premi.
Di seguito a questi fatti, culminati nelle dimissioni della giuria, cade la decisione di delegare le assegnazioni dei premi agli spettatori. Infine, anche il pubblico si trova invischiato nei concorsi di bellezza, pure dalla parte inversa rispetto agli artisti, secondo una narrazione che si vorrebbe democratica ma che, avendo già investito in pubblicità tutto il proprio impianto educativo, risulta solo consumistica.
Infine
La malattia è il mezzo con cui un organismo si libera dell’estraneo.
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta
In tal maniera il corpo sofferente si ritira, e fa spazio al contraddittorio.
È solo con spirito augurale che rilevo i minimi termini ai quali sono ridotte le massime aspirazioni della più importante mostra del mondo. L’augurio è duplice: riguarda il ritorno al carattere istituzionale come il germinare di contestazioni ancora e ancora più spietate. Così, nel fondo di questo breve viaggio nella lunga notte della Biennale, possiamo concederci di sperare che questi strattonamenti estremi e psicotici, che dall’esposizione sono passati nel testo, abbiano avuto la facoltà di suggerire l’importanza delle parti.
Ovvero: se l’istituzione svolge il proprio servizio, l’arte può essere avanguardia, può essere ogni cosa. Ma se l’istituzione vuole essere ogni cosa, invadere tutto l’orizzonte, all’arte non resta che essere una cosa servile. E questo, per essa, è il fatto più terribile.
Editato in italiano da Marianna Reggiani
1 La Biennale avrebbe avuto altre occasioni per mettere il cuore di qua dalla cortina di ferro, tra tutte la Biennale antisovietica del 1977. ↩
2 In verità un collage di meditazioni altrui col cappello di una breve introduzione. ↩
3 A questo punto si tenga a mente che dei ventinove padiglioni nazionali dei giardini, che sono proprietà privata degli stati espositori, solo uno pertiene a uno stato africano, che è l’Egitto; tutti gli altri punteggiano a caro prezzo palazzi e chiese sconsacrate in giro per la città, insieme ad altri padiglioni “minori”. Segnalo che da questi spazi periferici, come si vedrà più avanti, provengono molte delle proposte più interessanti della manifestazione. ↩
4 Non è per caso che le proteste più significative tra quelle che hanno calcato il palco veneziano, pur riguardando cause nobilissime (la guerra in Vietnam nel 1968, il genocidio del popolo palestinese nel 2026), abbiano preso infine una traiettoria centrifuga, lasciando illese le arterie fondamentali del complesso. ↩
5 Da questo punto di vista è interessante osservare l’attenzione certosina delle ultime Biennali d’Arte a proposito delle provenienze specificatamente geografiche degli artisti. ↩
6 I successivi e precisi riferimenti del testo a una “botanica dei corpi”, in aperto richiamo a Peter Sloterdijk, sembrano riprendere certi passaggi della retorica ecologista che orchestra gli allestimenti all’Arsenale, e contestualmente espone la volontà curatoriale, consapevole o meno, di addomesticare tali istanze dentro un più ampio programma di giustificazione della propria esistenza. Va segnalato come la prematura scomparsa della direttrice artistica Koyo Kouoh abbia privato la manifestazione dell’ultimo avanzo di barra, esacerbando queste criticità al punto dello stremo. ↩
Bibliografia
Gilles Deleuze, Istinti e istituzioni (1955), Mimesis, 2014
Chiara Di Stefano, Una pagina dimenticata. Analisi delle tensioni storiche e sociali alla Biennale veneziana del 1968 (2006), Università degli Studi Roma Tre, 2006
Carla Lonzi, Autoritratto (1969), Abscondita, 2017
Svetlana Racanović, Siniša Radulović, Catalogue of Pavilion of Montenegro 2026 61. Venice Biennale. Out of the Blue, I’m Swept Away (2026), DPC Podgorica, 2026
Rainer Maria Rilke, Franz Xaver Kappus, Lettere a un giovane poeta (1929), Il saggiatore, 2021
Carlo Ripa di Meana, Gabriella Mencucci, L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del Dissenso. Una storia mai raccontata (2007), Fondazione Liberal, 2007
Sitografia
https://che-fare.com/articoli/al-centro-del-dissenso-la-biennale-1977
https://legislature.camera.it/_bicamerali/schemidl/971215.htm
https://liberatetate.wordpress.com/tate-and-bp/
https://thepasswordunito.com/2021/09/22/1964-la-biennale-della-rivoluzione-pop/
https://www.arte.it/notizie/roma/quando-l-america-propagandava-rauschenberg-e-il-mondo-libero-20865 https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/biennale-di-venezia-1964-e-la-pop-divenne-fenomeno-di-massa/
https://www.britannica.com/art/Venice-Biennale
https://www.campaignlive.co.uk/article/bp-calls-time-three-decade-long-often-controversial-tate-sponsorship/1387023
https://www.espoarte.net/arte/stranieri-ovunque-secondo-illy-art-collection/
https://iris.unive.it/retrieve/e4239ddd-f5bf-7180-e053-3705fe0a3322/1968.pdf
https://www.labiennale.org/en/news/biennale-arte-2024-stranieri-ovunque-foreigners-everywhere
https://www.labiennale.org/it/storia/i-primi-cinquant%E2%80%99anni-della-biennale
https://www.luigicarluccio.it/images/carluccio/mostre/pdf/biennale/bien_1964_1.pdf
https://www.swatchgroup.com/en/services/archive/2022/swatch-la-biennale-di-venezia-2022
https://www.tgcom24.mediaset.it/scheda/biennale-di-venezia-storia-e-origini_85714467-202402k.shtml
https://www.theartnewspaper.com/2015/05/07/whos-bankrolling-the-venice-biennale