THE ITALIAN ART GUIDE

time : lapse

time : lapse   “Il tempo si può dimenticare solo servendosene.”– Charles Baudelaire, Intimate Journals: Mon cœur mis à nu Il 28 agosto, A Plus A Gallery inaugura time:lapse, una mostra a cura di School for Curatorial Studies Venice che indaga l’esperienza del tempo nella società tardo-capitalista. Con la proliferazione delle tecnologie di comunicazione, il […]

Cantiere Aperto

Sabato 6 settembre 2025, inaugura Cantiere Aperto, presso No Man’s Land a Loreto Aprutino (PE). Per il terzo anno consecutivo, arte contemporanea, musica e poesia si intrecciano in una giornata di condivisione collettiva. La III edizione si aprirà con la presentazione dell’opera permanente di Bruna Esposito

Sul Mutismo dei germogli: 5 show exhibitions on Epochè, V Edition of Nomadic art Festival

A Ferentino, nella Valle del Sacco, dal 4 al 7 Settembre, per il quinto anno si svolge il festival dell’arte nomadica. Il nome Festival dell’Arte Nomadica nasce da una riflessione sul concetto di nomadismo e deserto come spazi simbolici. Il “deserto” non è inteso come luogo geografico, ma come condizione di marginalità e abbandono. Proprio in un territorio come la Valle del Sacco, segnata da una delle più gravi emergenze ecologiche italiane, l’arte diventa atto di resistenza e rigenerazione: un movimento nomadico che attraversa spazi dimenticati, li abita e li trasforma. Il festival diventa allora anche un atto simbolico di riappropriazione, trasformando un paesaggio segnato dall’inquinamento in luogo di creatività, comunità e rinascita. In questo contesto ha luogo il “movimento” di ri-familiarizzazione e re-immaginazione dello spazio attraverso lo sguardo “nomadico”, un incontro tra comunità di passaggio (nomadi, intesi come viaggianti) e “comunità del deserto” (nomadi, intesi come abitanti del deserto). Il festival è un meccanismo endosimbiotico: ogni parte integra il discorso dell’altro modificandosi; sistemico: date premesse iniziali, gli ospiti del festival, nominati “nomadi”, rappresentano le variabili indipendenti che conducono a destini imprevedibili. Il Festival dell’Arte Nomadica si configura come una piattaforma sistemico-ecologica, uno spazio in cui artisti, pubblico e territorio interagiscono in modo dinamico e trasformativo. I partecipanti diventano variabili attive che plasmano gli spazi di Ferentino attraverso pratiche performative e rituali, in un processo di ri-mappatura simbolica e rigenerazione collettiva. L’arte qui non è solo fruizione, ma costruzione attiva di senso all’interno di un sistema complesso e interconnesso, dove ogni gesto contribuisce alla riconfigurazione dello spazio e alla memoria condivisa. Il 4 Settembre alle ore 15:30 il festival inaugura con Sul mutismo dei germogli: percorso espositivo che attraversa le cinque differenti mostre, dislocate tra un Mercato Romano, un Criptoportico e una cripta protocristiana nella Chiesa di Santa Lucia, oltre a due spazi restaurati e moderni, che includono però elementi del passato archeologico ferentinate: da Vicolo Sistitilio, in Piazza Matteotti, con Il mio paese non ha case, mostra curata dallo scultore marchigiano Ado Brandimarte con gli artisti Donato Marocco, Elena Ricciuto e Alycia Ricciuto, Gianfranco Basso e Svea Taubert; nella Casa della Pace in Piazza Mazzini, la mostra Abitare l’orizzonte, del gruppo artistico romano Rione Placido (Tiziano Conte, Paolo Vitale, Denise Montresor, Alice Colacione); salendo poi al Mercato Romano, sede di “Nomadi Insetti Dèi”, mostra dello storico gruppo Virus, curata dal giornalista Jonathan Giustini, con gli artisti Giulio Ceraldi, Consuelo Chierici e Giancarlo Savino. Il percorso continua con la mostra in due sedi Come chi si abitua alla notte, una discesa che collega il Criptoportico (Michela Carrano, Michele Cotelli) con la Cripta di Santa Lucia (Jonathan Soliman), a cura di Enrico Scapinelli per la bolognese Associazione Ottovolante. Il cammino si conclude con la personale di Veronica Leffe Per ricantare amore, con la cura di Pier Paolo Di Mino, rispettivamente illustratrice e autore del Libro Azzurro (pseudobiblia de Lo Splendore). Il sistema artistico deraglia, sconfina nelle sezioni audiovisive, teatrali e poetiche: la proiezione video-artistica sviluppata con le intelligenze artificiale, il progetto Chrysalis Os, di Francesca Giansanti e Matteo Gobbo, diventa installazione sullo sfondo dell’abside della Chiesa di Santa Lucia; la mostra fotografica Videospeculi, di Marzia Incitti, incontra l’arte relazionale, nella Piazza di Santa Lucia; nello stesso spazio gli “orti errabondi” di Noemi Saltalamacchia abitano La soglia del libro, recital-concerto a cura di Inverso Poesia e Vallecchi Poesia. Sempre nella Chiesa di Santa Lucia, un’altra installazione video di Giampaolo Parrilla, Geopolitical Oracle, è attraversata dalla musica meditativa di Alio Die. La traversata inaugura la festa dei cammini e l’andamento bilaterale dell’Angelus Novus. C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradio, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. Far silenzio, affinché nascano, non condizionati, i germogli, parafrasando il titolo pensato a partire dai versi di Nanni Cagnone in Index Vacuum. Un mutismo che riguarda soprattutto l’assenza di un direttivo centrale, lasciando che le cinque diverse esperienze percettive si producano senza previsione, in un meccanismo sistemico ed ecologico di evoluzione indipendente delle diverse parti. Epoché significherebbe sospendere o “ridurre”, mettere tra parentesi, secondo la tradizione fenomenologica cominciata con Husserl. Scostarsi dalla definizione e dalla previsione, l’unico modo in cui possa darsi un fenomeno così detto “saturo”. (J.L.Marion). Ma oltre ogni nostro atteggiamento di volontaria sospensione, esiste il fenomeno come rivelazione, l’indimenticabile, che eccede il saturo, così come ogni intenzione. Ogni atto di abitudine, a cominciare da quella percettiva, presuppone una violenza, una presunzione di sapere che assume per diritto genetico l’ontologia di un determinato aspetto della realtà. Fissare e condizionare la realtà, presupporla e non aprirsi all’inaspettato dell’evento: l’evento, scrive Derrida, è il luogo da cui non lo vediamo arrivare, è proprio il luogo di questa non prevedibilità. Nessun evento nella prevedibilità. Sospendere ciò che sapevamo precedentemente e quindi sospendere il diritto a reclamare proprietà, che avevamo acquisito sulla base della nostra eredità territoriale. Come nella poesia di Mahmoud Darwish Non di nostra carne, il paese ove andiamo, non delle nostre ossa il castagno. E le sue pietre non capre nel canto dei monti. E i ciottoli ciechi mughetti. Andiamo verso un paese che, noi, non ci inonda di sole speciale. così, nella prima tappa del percorso, Il mio paese non ha case, curato da Ado Brandimarte, nella galleria Vicolo Sistitilio, con opere di Donato Marocco, Svea Taubert, Elena e Alycia Ricciuto e Gianfranco Basso, indaga questo riaprirsi, dimenticando, all’erranza identitaria e territoriale, omaggiando il poeta pugliese Rocco Scotellaro. La mostra curata dal Rione Placido, con opere di Paolo Vitale, Tiziano Conte e Alice Colacione e Denise Montresor. Abitare l’orizzonte declina la sospensione di un luogo, studiato nello spazio restaurato del complesso archeologico di una domus romana, come luogo attraversato da più temporalità, habitat eterogenei che si sovrappongono in uno stesso spazio, ma attraverso tempi diversi. Questo dis-aggiustamento temporale, questo ritardo intercetta pienamente l’etimologia aberrante della parola dimora, che pare includere nel suo significato l’esistenza di un debito, di un essere in mora nell’abitare, laddove ogni nostro soggiorno è apertura a un altrove, epoca disaggregata, time out- of joint. “Essere con gli spettri sarebbe l’unico modo di pensare secondo una qualche forma di giustizia. In nessun altro modo possiamo credere che chi non è presente potrebbe accettare la legge che stiamo promulgando, se non lo tenessimo in considerazione nella sua assenza”. L’eredità e le eredità ancora non esistenti sarebbero questo modo di fare una comunità più ampia che il Rione riesce a restituire nella sua complessità sistemica. Una comunità più ampia anche dell’umano, orientata agli oggetti: a virtualità non attualizzate che si son fatte proprie mitologie( Vitale); alla luce( Montresor) come agente alieno di cui l’umano è ospite; alle comunità marine che precedono geologicamente l’insorgere di uno spazio umanizzato( Colacione); all’ambiguità scultorea tra oggetto anatomico e utensile, fossile (Conte). “Come le possenti mura che cingono la città, monumentale diagramma delle epoche che furono compresse nella medesima istanza, anche il Palazzo Consolare custodisce le tracce di un antico trascorso: una domus del II secolo d.C. che riaffiora dalle profondità delle sue fondamenta, anch’essa eretta su ancor più antichi lasciti incastonati nella terra. La tangibilità del suo passato ci trasporta le invisibili memorie che come acqua sorgiva riemergono dai suoi spazi, collegando ere e destini di popoli lontani raccolti in un unico epicentro. Con l’apparente funzione di “casa” ormai dismessa, cade allora l’illusione di quel confine che nella Storia gli abitanti di villaggi, città o stati ostentavano con orgogliosa prepotenza, ridisegnando il rapporto originario del nomade col suo vagare. Ospiti di questa realtà imbevuta di altro, le artiste e gli artisti di Rione Placido abiteranno nuovamente le sale della domus con opere interlacciate fra loro, andando idealmente a ricostruire quel filo crono-spaziale che unisce le dimensioni passate e presenti, stavolta dispiegate in una contemporaneità di interventi simultaneamente attivi. Le trasformazioni di un costante divenire si mostreranno in una polifonia di istanti, ciascuno riassunto nelle istallazioni che andranno a disegnare un loco altro, non percepibile alla vista. Le nuove presenze, inerpicate sulle sue volte o abbracciate alle sue cavità, si asterranno pertanto dalla semplice descrizione, e quindi confinamento, di questi antichi spazi domestici, per tornare con lo sguardo all’orizzonte del mondo di fuori, la cui sconfinata distesa coinciderà sempre e in ogni caso al nostro interiore.” ( Paolo Vitale) Comunità eccedenti, che sono resti di saperi celesti e viaggianti, come nella mostra del gruppo Virus nel Mercato Romano, Nomadi Insetti Dèi, a cura di Jonathan Giustini. I fenomeni rivelati ci coinvolgono pienamente. Davanti ad essi cade ogni pretesa di rimanere semplici spettatori: osservatori tanto imparziali quanto distaccati. Essi si manifestano eleggendo chi li riceve come il loro testimone: colui che non solo ha ricevuto la rivelazione, ma anche la rende accessibile agli altri. La testimonianza ha però un tratto paradossale. Il testimone, per essere tale, deve testimoniare anche il carattere “d’altrove/d’altronde” della rivelazione. Deve cioè testimoniare non solo ciò che (solo) lui ha sperimentato, ma anche che lui – in ciò che ha sperimentato – non è riuscito a capire e a comprendere tutto ciò che si è dato, perché è stato proprio una rivelazione: qualcosa che viene d’ailleurs. Il testimone testimonia così non solo il suo sapere – il fenomeno che egli racconta – ma anche il suo irriducibile non sapere– il suo testimoniare che tale fenomeno rimane sempre proveniente “d’altrove” anche per lui che ne è tuttavia (e proprio in ragione di questo) il suo testimone. “Ritengo fortemente che anche gli antichi censori di epoca sillana, quei censori che avevano a cuore il rinnovamento dell’Acropoli, dovranno effettivamente stupirsi e chinar la testa all’arrivo dell’Opus Incertum degli artisti. Che oggi è proprio giorno di mercato, si darebbero comunque di bordone. Dai che andiamo e ci rechiamo! Si pungolerebbero alle reni. Dai che troveremo mercanzie e botteghe e fornici! La strada l’abbian voluta coperta contro le intemperie. Una via tecta, insomma, dove la luce piove radente e fin dalle prime ore del mattino illumina anche le zone più interne. Per il commercio che è nostra funzione primaria. Per il commercio che guida il mondo. Perché il mercato è dunque cosa monumentale e lo diventerà ancor più nel tempo verso i lidi Tivoli e di Traiano ed oltre. Luogo monumentale. E colossale. Per i due censori che sono sì gagliardi e ancor più gagliarda la sala di 24 metri che si apprestano a passeggiare. Saranno in questo giorno di mercato circondati da merci del loro tempo, che poi non molto dissimili dalle nostre di oggigiorno. Anche se Plinio il vecchio ha per lungo tempo ritenuto che di polta più che di pane hanno vissuto per lungo tempo i romani. Già, questi censori, che poi siamo noi stessi, visitatori la qualunque, abituati ad andare per mercati in cerca di cibarie, mutande e fazzoletti, cuscini, formaggi e attrezzi elettrici. Di altro anche, della qualsiasi. Che ogni mercato oggi si assomiglia. E il diverso è diventato Opus Incertum, appunto. Che stupore dunque ai loro/nostri occhi! Vedere questi uccelli di metallo di Ceraldi spiccare il volo in volute oblique. Posarsi enigmatici e sorridenti come pappagallini verdi sopra torsi di mela, banane, olive e noccioline. Migrar di ramo in ramo. A storni e a fronne. Sgranocchiar pannocchie. Battersela di fino se qualcuno osa accarezzarli che loro sono fatti di metallo leggero e una carezza non è un pugno e viceversa e bisogna saperla dare. Che unidimensionali si fanno bidimensionali e poi triplici, icone e a forma di antiche lucerne ed oriballoi si inficcano nei tripodi, negli anfratti, nelle pareti di calcestruzzo e nei conci radiali di calcare. Sculture mobili e semoventi verso un Est. Che sbatter d’ali, che sferragliare, che garruli suoni invaderanno! Hanno bocche ed occhi, ali e zampette sopraffini nei loro ondulamenti da lamiera. Che al misterioso libro dei Perché ancora chiedono risposte e ce le rimandano a noi, censori di epoca trapassata, in forma di codicilli, di enigmi, di orifizi, di antichi batacchi di campana. Uccelli che battono le ore e il tempo della vita e che vanno e vengono come le rondini, le stagioni, le maree. Li usa Ceraldi come antichi richiami, come echi, come paternali, come ammonimenti a lui stesso e all’uomo che li incontra. Fischi a cinque dita, richiami di antica strada. Sono sfingi, meduse, scarabei. Muffe anche forse. Ma non hanno odore. E sono perfetti per questo mercato millenario che dei profumi arcaici ha fatto un canto e un vapore. L’ombra dello stesso sole. Beccano mangimi e si abbeverano alle pozzanghere di pioggia che Ceraldi invoca monaco pentito. E laddove poi i torsi delle statue, le loro sagome, colori, occhi e mani e deretani da toccare, e genitali anticamente esposti, furibondi e sconci senza esserlo, e basamenti di immancabili colonne, ecco le divinità millenarie e misteriose di Consuelo Chierici. Venute da lontano. Forse dalla profonda Amazzonia o dalle distese di Palenche, sopra un asteroide smarrito oltrecortina scagliate a terra per disincanto. Ballerine di un tango nano e di una musica indefessa. Appresa negli slums di Harlem come nella downtown di New York. Laddove il jazz non dorme mai e il ragtime è metronomo da tenere sempre a mente. Le sue Annunaki/Aftermath, sculture di terracotta di centimetri variabili, progetto sempre in essere per installazione, che poi si installano e si disinstallano perché hanno le ali, volano e camminano, come pavoni multicolori che fanno rota. Mai fermi, irrequieti, sconsiderati e folli. Figli e figlie di Assurbanipal e Nabucodonosor che hanno però perso per strada e ritrovato poi certi nipoti molti chilometri addietro, lungo un altro deserto, laggiù in Senegal dove Consuelo ogni tanto si ritira per seguire il calore delle stagioni, almeno così ci dice lei. Questo piccolo esercito da groviglio cinese, da monopoli di strada, questa vincibile armada di anfore ed ogive fatte uomodonna, antropomorfe e divinità convesse nell’uso quotidiano da banco di cucina. Bocche e bottiglie. Damigiane. Ispirazioni soffiate da cultura antichissima e popolare, popular appunto come la musica che se è pop è di certo più agriabile. E così via ad incrociare il sentiero dei lavoratori primitivi che hanno smesso di sbarcare nei nostri mari perché hanno preso passaggio e voli low cost e con minuscolo bagaglio stipato dentro stive dicono la loro a chi del lavoro ancora crede di sapere. Suonamela ancora una baby! con il tuo sassofono pieno di bottoni che Giulio viene dietro alla chitarra e poi arriva la batteria di Giancarlo a fare il contrappunto. Che brusio in questo mercato! Quante domande! Che gran sorpresa per i due censori che le sacre scritture di Ferentino ci dicono si chiamassero Marco Lollio e Aulo Irzio. E che musica Maestro! E voi come vi chiamate eh? Ci mancava perciò la batteria di Giancarlo a chiudere la band del Virus Group. E sì, perché loro sono proprio anche una rock ‘n roll band. E qui di stanza sta e starà per qualche tempo anche il loro concerto. Aftermath avevo letto prima, mi piace come titolo. Quello che viene dopo. In seguito. Ovvero le conseguenze. Che sono opera dei contrappunti poi. Quelli di Savino. I suoi franti, i suoi spezzati, i suoi velari. Nessuna grande tela in questo caso. Nessuna grande scultura. Nessun grande coccio. Ma solo frantumazioni, lacerti, tagli, rotture, cretti di opere. La sua arte, anche questo è il modo, il suo modo. Di entrare in dialogo, di essere tenero e cortese, forte e gentile. Di sostenere e scandire il ritmo. Battere le spazzole del pensiero e sulla tela, toccare il pedale del rullante e con le mani strofinare la pelle delle conce. Terra Cotta. Particolare. Acquarello. Piccolo Bronzo. Biro su Carta. frammenti ancora. Le sue frattaglie, come dice lui. Con quella profondità di pensiero ed ironia di chi coltiva un campo da una vita e sa che dalle bucce nascono alberi e che la terra si concima con il residuo, con il riuso. Nei suoi lacerti e tempi dispari si sovrappongono tutti i volti dell’uomo, le stagioni della vita, sperimenta carte nuove ancora che Fausto gli regala e scrive versi come musica dei giorni. Le condivide spesso con me e questo mi fa sentire parte del suo battere e levare, parte del suo ritmo e contrappunto. Un qualcosa cui appoggiarmi, cui sostenermi a giorni. Cavalcare fuori dal foglio, laddove le parole sono pietre e le pietre sono opere, giorni, olii su tele. Per un’installazione che è diario di vita e di mercato, contrappunto al passeggiare, respiro di cavaliere che esce di cornice. In questo mistero di un ritmo che non puoi scrivere, che non adisce pentagramma, in queste sagome fulminanti da interplay mi piace passare anche a me una giornata al mercato del Virus Group, ultimo dei censori, da intendere solo come colui che fa inventario. E per una volta ancora ascolta musica. Così è il testimone che attraversa la catabasi orchestrata da Enrico Scapinelli per la mostra in due stanze Come chi si abitua alla notte, una discesa che collega il Criptoportico alla Cripta di Santa Lucia, con i miraggi nella notte degli artisti Jonathan Soliman, Michela Carrano e Michele Cotelli. “Lasensazione di giocosa leggerezza per la scoperta che si prova camminando nei boschi o nei sentieri. Passando tra due alberi si superano le soglie del conosciuto e del noto per entrare nel magico dell’inaspettato. La strana conformazione della natura intorno a noi, dall’incrocio sovrapposto delle radici e dei rami, allo scorcio tra le fronde che promette vedute su ampi spazi, tutto ciò ci riconnette al fantastico. Riconosciamo il luogo e il luogo riconosce noi, diventiamo “ambiente”: un tutt’uno in cui percezione, sensazione e immaginazione si compenetrano. A tali vette estatiche della nostra esperienza giungiamo non casualmente: vi è una disposizione all’ascolto di ciò che si trova all’esterno e un silenziamento di parte della nostra attività interiore. Sacrifichiamo per accogliere, ci facciamo vuoto da riempire con l’altro, l’evento, l’incontro. L’invito è dunque attraversare con questa disposizione d’animo gli spazi della mostra e le vie di Ferentino che dividono il Criptoportico dei Carceri di San Ambrogio dalla Cripta della Chiesa di Santa Lucia. Esplorare, non visitare. Solo andando incontro al luogo senza precondizioni né etichette può iniziare il cammino, il viaggio vero e proprio, l’avventura autentica. Come ha scritto il critico e saggista francese Roland Barthes, il principio catalizzante di ogni avventura è l’animazione. Una foto, un’immagine, un elemento materico, non è animato di per sé, ma anima chi lo guarda e questi lo anima a sua volta. In questo gioco di riflessi l’evento e l’incontro danno vita a ciò che appariva precedentemente inanimato. Presenze sotterranee da sempre presenti, ma che riaffiorano nel momento in cui si sospende il proprio giudizio e ci si libera dal monopolio della logica sulla nostra percezione. Incontri inaspettati e fertili nei recessi del nostro essere, a un passo dall’altro e dall’ombra. Paesaggi interiori di cui potremmo rimanere meravigliati, ma anche sconcertati, perché sono sempre più isolati i momenti in cui scandagliamo il fondo del cassetto e non ci è permesso scegliere cosa ne uscirà. La particolare architettura e atmosfera dei luoghi selezionati per ospitare questa esposizione diffusa diventa metafora fisico-ambientale di un inoltrarsi nei recessi del proprio essere, in luoghi profondi e oscuri, freschi e umidi, pieni di vita. Discendere sì, ma con occhi e sensi spalancati, come chi si abitua alla notte.” (Enrico Scapinelli) E infine, risalendo, dal buio della Cripta, dove l’opera luminosa di Jonathan Soliman capta lo sguardo dello spettatore, la mostra di Veronica Leffe, Ricantare l’amore, ospita gli occhi di trenta Maestre, corrispondentemente contenute nel primo capitolo de Il libro azzurro, libro fittizio de Lo Splendore, libro-mondo che esce continuamente dai suoi confini.

ABABO HUMAN PER 2 AGOSTO 1980

ABABO HUMAN PER 2 AGOSTO 1980 In occasione del 45° anniversario della strage alla Stazione di Bologna, l’Accademia di Belle Arti di Bologna propone ABABO HUMAN PER 2 AGOSTO 1980, un grande progetto espositivo, realizzato in collaborazione con il Gruppo FS Italiane, l’Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage della Stazione di Bologna del […]

(A)typical Nature. La mostra di ISIA Faenza

(A)typical Nature. La mostra di ISIA Faenza   Dal 12 al 20 luglio, il Palazzo del Podestà di Faenza ospita (A)typical Nature, la grande mostra immersiva, curata e organizzata da ISIA Faenza a conclusione dell’anno accademico 2024-25. L’esposizione propone un modello aperto, contaminato e visibile di quanto accade a livello di ricerca e progettazione nella […]

Il mare che siamo. Tre mostre alla Casa degli Artisti: Delafon, Folata, Panisson

Sabine Delafon / Sea of Millions. Il blu come promessa di felicità Il viaggio di Sabine Delafon comincia da una stella. Una piccola stella blu, lasciata in giro per il mondo, come segno di passaggio. Oggi quella stella è diventata universo: Sea of Millions è il suo nuovo ciclo di opere, dove il blu oceanico diventa presenza totale, colore che avvolge, attraversa, abita. In mostra, grandi tele monocrome e cartoline dipinte raccontano un’idea di abbondanza e desiderio, in cui il mare non è solo spazio naturale, ma energia diffusa, motore di felicità collettiva. Ogni opera è un frammento di questo grande respiro cromatico, che accoglie lo spettatore in un’esperienza quasi meditativa. Il mare di Delafon è luce, viaggio, emozione pura. Graziano Folata / Cantico dei Fondali. Un mondo che ha perso il suo oceano Graziano Folata, al contrario, parte dal silenzio. In Cantico dei Fondali, il mare non c’è più. O forse non c’è mai stato. Rimangono solo forme residuali, presenze mineralizzate, eco di un diluvio ormai compiuto. Le sue sculture – ippocampi in bronzo fusi a cera persa, conchiglie corrose, ricci di mare privati del loro corpo – popolano uno spazio che richiama tanto i fondali quanto le grotte terrestri. Le immagini stampate dai negativi amplificano l’ambiguità: è terra o è cera? è caverna o è abisso? Folata costruisce un mondo parallelo, senza tempo e senza mare, in cui la materia sembra trattenere il ricordo di un evento irrimediabile. Le sue opere non spiegano, ma sospendono. Offrono un’idea poetica di rovina e rinascita, come se il paesaggio stesso fosse in attesa di una nuova forma. Benedetta Panisson / Sea Storm (Draft). Sessualità marine e archivi sommersi Il mare di Benedetta Panisson è scomodo. Non tanto per la forma, quanto per ciò che costringe a guardare. In Sea Storm (Draft), l’artista veneziana presenta una ricerca visiva e accademica su immagini storiche di sessualità tra animali marini, a lungo archiviate come aberrazioni. Un video del 1993 mostra due polpi maschi di specie diverse in un atto sessuale. Una fotografia del 1911 ritrae due pinguini in Antartide, considerati all’epoca “sessualmente deviati”. Materiali rimossi, che Panisson riattiva con precisione e sensibilità, per riflettere su come il nostro sguardo costruisca le narrazioni del naturale. Sea Storm è solo una bozza, come indica il sottotitolo. Ma è una bozza che già scuote e smonta il modello museale tradizionale, fatto di diorami fermi nel tempo, incapaci di raccontare la complessità del vivente. La tempesta, dice Panisson, è negli occhi di chi guarda. E riguarda anche noi. Cosa ci restituisce il mare, oggi? Non onde, non conchiglie. Ma risonanze interiori, immagini archetipiche, contraddizioni profonde. Nelle tre mostre, il mare è allo stesso tempo inizio e fine, spazio e specchio, madre e vuoto. È il luogo dove tutto ha avuto origine, e quello dove tutto potrebbe dissolversi. Casa degli Artisti diventa così una camera di risonanza liquida, dove tre artisti – attraverso percorsi diversi – ci invitano a perdere l’equilibrio, ad accettare la deriva, ad ascoltare l’abisso. Forse è proprio lì, in quel disorientamento, che possiamo ancora trovare qualcosa di vero. O almeno, qualcosa che ci somiglia.

Dissing | Cecilia Mentasti

Ciò che affeziona disturba. Da questa prospettiva nascono interventi delicati che forzano i linguaggi dell’amore, della cura e del ricordo. La mostra prende forma come una relazione a distanza con la comunità di Toast. Presenze umane e non umane – cani inclusi. Il senso del luogo e della compagnia si fa incerto. Personale costruita attorno a due lavori inediti che si misurano con l’identità e la storia espositiva dello spazio. Cecilia Mentasti (Varese, 1993) è un’artista visiva e art-worker. Ha studiato pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e si è formata come registrar. Ha co-fondato l’artist-run space BRACE BRACE. Per Anonima Kunsthalle ha realizzato Varese, una ricerca sulla forza politica della periferia. Vive tra Cagno (CO) e Milano. We are disturbed by what we love. From this perspective, gentle interventions emerge. The languages of love, care, and memory are stretched. The exhibition unfolds as a long-distance relationship with the Toast community, encompassing both human and non-human presences, dogs included. In this context, the sense of place and companionship becomes ambiguous. The solo show features two new works that engage with the identity and exhibition history of the space. Cecilia Mentasti (Varese, 1993) is a visual artist and art-worker. She studied painting at the Brera Academy of Fine Arts and trained as a registrar. She is co-founder of the artist-run space BRACE BRACE. For Anonima Kunsthalle, she developed Varese, a research project on the political force of the periphery. She lives between Cagno (CO) and Milan.

OLTRE L’ULTIMO CIELO

Dal 13 luglio al 21 settembre 2025 Casa Sponge ospita Oltre l’ultimo cielo, la prima tappa di un progetto articolato che si svilupperà nel tempo. Si comincia con una mostra collettiva che coinvolge 9 artisti + 1 – Nobuyoshi Araki, Mario Consiglio, Antonello Ghezzi, Stefania Galegati, Giovanni Gaggia, Davide Mancini Zanchi, Gedske Ramløv, Michele Alberto Sereni, Grazia Toderi e Massimo Uberti – chiamati a confrontarsi con il concetto di confine, oggi sempre più segnato da separazioni fisiche, culturali e simboliche.