Sabine Delafon / Sea of Millions. Il blu come promessa di felicità Il viaggio di Sabine Delafon comincia da una stella. Una piccola stella blu, lasciata in giro per il mondo, come segno di passaggio. Oggi quella stella è diventata universo: Sea of Millions è il suo nuovo ciclo di opere, dove il blu oceanico diventa presenza totale, colore che avvolge, attraversa, abita. In mostra, grandi tele monocrome e cartoline dipinte raccontano un’idea di abbondanza e desiderio, in cui il mare non è solo spazio naturale, ma energia diffusa, motore di felicità collettiva. Ogni opera è un frammento di questo grande respiro cromatico, che accoglie lo spettatore in un’esperienza quasi meditativa. Il mare di Delafon è luce, viaggio, emozione pura. Graziano Folata / Cantico dei Fondali. Un mondo che ha perso il suo oceano Graziano Folata, al contrario, parte dal silenzio. In Cantico dei Fondali, il mare non c’è più. O forse non c’è mai stato. Rimangono solo forme residuali, presenze mineralizzate, eco di un diluvio ormai compiuto. Le sue sculture – ippocampi in bronzo fusi a cera persa, conchiglie corrose, ricci di mare privati del loro corpo – popolano uno spazio che richiama tanto i fondali quanto le grotte terrestri. Le immagini stampate dai negativi amplificano l’ambiguità: è terra o è cera? è caverna o è abisso? Folata costruisce un mondo parallelo, senza tempo e senza mare, in cui la materia sembra trattenere il ricordo di un evento irrimediabile. Le sue opere non spiegano, ma sospendono. Offrono un’idea poetica di rovina e rinascita, come se il paesaggio stesso fosse in attesa di una nuova forma. Benedetta Panisson / Sea Storm (Draft). Sessualità marine e archivi sommersi Il mare di Benedetta Panisson è scomodo. Non tanto per la forma, quanto per ciò che costringe a guardare. In Sea Storm (Draft), l’artista veneziana presenta una ricerca visiva e accademica su immagini storiche di sessualità tra animali marini, a lungo archiviate come aberrazioni. Un video del 1993 mostra due polpi maschi di specie diverse in un atto sessuale. Una fotografia del 1911 ritrae due pinguini in Antartide, considerati all’epoca “sessualmente deviati”. Materiali rimossi, che Panisson riattiva con precisione e sensibilità, per riflettere su come il nostro sguardo costruisca le narrazioni del naturale. Sea Storm è solo una bozza, come indica il sottotitolo. Ma è una bozza che già scuote e smonta il modello museale tradizionale, fatto di diorami fermi nel tempo, incapaci di raccontare la complessità del vivente. La tempesta, dice Panisson, è negli occhi di chi guarda. E riguarda anche noi. Cosa ci restituisce il mare, oggi? Non onde, non conchiglie. Ma risonanze interiori, immagini archetipiche, contraddizioni profonde. Nelle tre mostre, il mare è allo stesso tempo inizio e fine, spazio e specchio, madre e vuoto. È il luogo dove tutto ha avuto origine, e quello dove tutto potrebbe dissolversi. Casa degli Artisti diventa così una camera di risonanza liquida, dove tre artisti – attraverso percorsi diversi – ci invitano a perdere l’equilibrio, ad accettare la deriva, ad ascoltare l’abisso. Forse è proprio lì, in quel disorientamento, che possiamo ancora trovare qualcosa di vero. O almeno, qualcosa che ci somiglia.