Il progetto culturale Tramandars: ciò che deve continuare
19.05.2026
Quello che ai più potrebbe sembrare un collegamento irrilevante — tra la conoscenza delle pratiche popolari di chi abita alle pendici del Vesuvio e la residenza d’artista Tramandars fondata nel 2017 a Borgo Casamale, nel centro storico di Somma Vesuviana (Napoli) — rivela in realtà una connessione profonda, o meglio un felice legame. In particolare in questa terra un insieme articolato di tradizioni popolari si unisce all’arte contemporanea e alla comunità che vi abita, restituendo un patrimonio affatto statico, bensì dinamico e ricco di energia propulsiva. Cosicché tale spazio territoriale riesce a trasformarsi in luogo in quanto dimensione vissuta e continuamente alimentata da nuove contaminazioni d’arte, in cui antropologia e geografia culturale convergono in un processo di antropizzazione “gentile”, lontana da trasformazioni irruente e invasive. Da tale connubio si svela un’inedita museografia della realtà locale costruita sia dagli artisti in residenza che dai curatori chiamati a seguire i loro progetti, tutti accomunati da uno slancio vitale di ricerca.
La vivacità che caratterizza la terra che si estende attorno alle pendici del Vesuvio è sincretica, unisce culti mariani, rituali legati al paesaggio vulcanico e pratiche devozionali popolari, raccogliendo l’eco delle molteplici usanze che l’hanno attraversata nel tempo. Si tratta di un contesto in perenne trasformazione soggetto a continue “gemmazioni”, affinché ogni tradizione trasmessa sia capace di generare nuove interpretazioni, racconti e varianti simboliche. Tramandars invita ogni anno creativi a partecipare al programma della residenza. Per il 2026 gli artisti sono il collettivo damp, Django Burdeau e Margherita Muriti, a cui si aggiungono Veronica Bisesti, Raimondo Coppola, Niccolò De Napoli, Caterina Di Gaetano, Gabriel Orlowski, Marta Perroni, Anna Irina Russell e Noemi Sparago. A loro si affianca il lavoro dei curatori residenti in loco, Dario Benvenuto e Massimiliano Maglione, insieme a quelli esterni, accompagnatori dei percorsi progettuali, che per l’edizione in corso sono Vasco Forconi, Marta Ferrara e Giulia Pollicita.
Una mappa geologica del Vesuvio presso l’Archivio Russo Somma, nell’ambito dell’Art Summit 2026 promosso da Tramandars, Foto di Pepa Ricciardi, Courtesy Tramandars
La residenza svela l’importanza della necessità di fare esperienza dal vivo e in tempo reale, di partecipare in modo diretto ai riti festivi del Borgo, accostando personalità diverse che lavorano armoniosamente in una dimensione condivisa e basata sulle relazioni. Contatti ed incontri, che legati al concetto di “trasmissione” si rivelano centrali nel corso del periodo di permanenza, emergendo con forza e nitore ogni volta che si manifesta una condizione di ipersensibilità condivisa tra i partecipanti. Così accade che il Monte Somma — parte del complesso montuoso che abbraccia in semicerchio il Vesuvio e alle cui pendici sorge il Borgo Casamale — nel periodo compreso tra maggio e agosto, in occasione della Festa della Montagna e delle Lucerne, brilli di vitalità, rievocando un profondo patrimonio immateriale di pratiche musicali, tradizioni orali e rituali collettivi in cui si coniugano passato e presente, sacro e profano, natura e arte; così quello che geograficamente viene classificato come un rilievo montuoso di origine vulcanica si trasforma in un fattore catalizzatore di energie, da cui sviluppare opere. Sia per i curatori che per gli artisti, partecipare e condividere tali momenti non significa semplicemente acquisire nuovi strumenti con cui leggere e vivere il territorio, bensì compiere un gesto intimo e comunitario, dotato di valenza quasi cosmica finalizzato alla conoscenza sincera di ciò che in realtà è di appartenenza collettiva. La permanenza si apre ai luoghi con uno sguardo sensibile e affatto preordinato, ed è evidente come l’arte, nelle sue diverse declinazioni — performativa, installativa, fotografica, pittorica e scultorea — riveli quanto le tradizioni passate, in relazione alla morfologia paesaggistica su cui si innestano le pratiche degli artisti, non rappresentino un semplice sfondo, quanto piuttosto orizzonti verso nuove sfide critiche.
Vedute degli interni del’Archivio Russo Somma, Borgo Casamale, Somma Vesuviana, Courtesy e Ph. Credit Archivio Russo Somma
Tra queste assume un ruolo centrale il rapporto tra la memoria storica e la contemporaneità, pertanto il lavoro diretto sul luogo assieme allo studio e alla consultazione di materiali d’archivio diventano strumenti fondamentali capaci di restituire profondità d’indagine alle stratificazioni che lo caratterizzano. In particolare, a tutti gli artisti viene data la possibilità di consultare l’Archivio Russo Somma, fondato nel 1973 da Domenico Russo e coordinato da Gaetano Maria Russo, comprendente circa 30.000 volumi, tra cui materiali inediti sulla storia di Napoli e del Vesuvio, a ciò si aggiungono circa 300 mappe e vedute della città partenopea e dell’area vesuviana, insieme a 1.000 diapositive di monumenti e opere d’arte di Somma Vesuviana.
Da un approfondito studio di questo materiale ha trovato origine l’opera di Rebecca Moccia (Napoli, 1992), partecipante alla terza edizione con Ancestors Syndrome (2025), un lavoro originato durante la permanenza e tutt’oggi sviluppato in maniera autonoma presso Temple Bar Gallery + Studios a Dublino, in mostra fino al 28 giugno 2026 nel contesto del progetto multidisciplinare Nostalgism.
Rebecca Moccia, Ancestors Syndrome, Installation view presso Temple Bar Gallery+Studios, Dublin 2026, Ph. Credit Ros Kavangh, Courtesy dell’artista e Mazzoleni
L’opera ideata in residenza ha origine da una ricerca condotta presso l’Archivio Russo Somma relativamente ad alcune mappe geologiche del Vesuvio, intrecciate a memorie familiari legate all’eruzione del 1944. Ne emergono vere e proprie “aerosculture” dalle forme astratte, libranti nell’aria e nello spazio come un reticolato dai toni pastello in allusione alle colorazioni della cartina geografica di riferimento da cui sono estratte le forme. Sebbene tutto ciò possa apparire didascalico, emerge invece un rapporto intimo con la materia che ripercorre i diversi gradi di profondità e di “innamoramento” dell’artista verso la ricerca condotta in Archivio, talché ogni parte dell’opera è pari a una scivolosa palpitazione tattile dell’alluminio colato, culminante nella congiunzione degli elementi affidata alla sollecita cura di una particolare abilità manuale. Colpisce come ogni luogo della residenza sia caratterizzato da una natura multidisciplinare da cui emergono diversi livelli di analisi, capaci di unificare le problematiche pur mantenendo la specificità dei singoli casi in studio. Tuttavia, la finalità non è quella di riscrivere la storia né di formulare giudizi definitivi o interpretazioni univoche, bensì costruire un paradigma plurale, in cui la demologia incontra la geografia, mentre l’etnografia e l’arte sono volte a indagare la dimensione fisica, cognitiva e sensoriale dei luoghi. Con Tramandars — nome che nasce dall’unione di “tramandare” e ars, intesa come profonda pratica creativa — l’opera d’arte non viene mai piegata a un interesse specifico né viene appiattita da un passatismo malinconico e un presente dominante. Piuttosto, hanno origine ricerche caratterizzate dalla felice scoperta dell’alterità, che instaurano un rapporto profondo con il territorio e la sua storia.
Lucas Memmola, Un vento che viene da dentro, 2025, Borgo Casamale, Somma Vesuviana, Courtesy dell’artista
Alcuni di questi lavori sono esposti in via permanente e tutt’ora visibili nel Borgo, come nel caso di Un vento che viene da dentro (2024) di Lucas Memmola (Bari, 1994), già presente in occasione della prima edizione. In quest’opera un rosone, il cui disegno richiama quello della cattedrale francese di St. Pierre de Beauvais, si colloca all’apertura di un pozzo, filtrando una luce proiettata dal suo interno. In questo caso Memmola lavora sul concetto di dispositivo visivo come limite immaginario da attraversare, e il “vento”, evocato nel titolo, potrebbe riferirsi tanto al passaggio d’aria all’interno del pozzo occluso quanto alle correnti che sfiorano la morfologia del Monte Somma. Si tratta di una metafora volta ad alludere anche al fiato come generatore di linguaggio, in riferimento al flusso di parole diffuso di bocca in bocca per generazioni, così come ai canti intonati durante le festività del Borgo. In questo senso è certo che le parole scritte, cantate e pronunciate sono sedimenti che raccontano chi siamo stati, le geografie che abbiamo abitato, i cibi di cui ci siamo nutriti, i riti che ci hanno unito, in quanto portatori di trazioni tuttora viventi. Per altri ancora l’esperienza di residenza condotta durante le festività del Borgo rappresenta una ricca occasione per riscoprirsi vivi e partecipi allo stesso tempo.
Maria Giovanna Abbate, Tutto per esistere deve essere cantato, video performance, Chiesa Collegiata, 2025, Borgo Casamale, Somma Vesuviana, Ph Credit Alessandro Lanciato (sinistra) / Maria Giovanna Abbate, Tutto per esistere deve essere cantato, 2025, performer Shushan Hyusnunts, Ph. Francesco Capasso (destra)
La vicinanza e il coinvolgimento diretto a tutti i festeggiamenti permettono di scoprire come la memoria non sia soltanto un ricordo, ma si trasformi in partecipazione, come necessità di rilettura delle molteplici radici che la caratterizzano. Nulla infatti sembra incidere sulla sfera emotiva quanto la pratica performativa, capace com’è di produrre sensibilità, inquietudine e persino turbamento. In questa prospettiva, in occasione della seconda edizione, Maria Giovanna Abbate (Caserta, 1991) presenta l’opera Tutto per resistere deve essere cantato (2025), composta da una video-performance e trasmessa presso la Chiesa Collegiata del Borgo, di cui rimangono delle estensioni corporee utilizzate dai performer stessi. Attraverso la pratica e l’immersione nei rituali della montagna, nonché la conoscenza degli alimenti tradizionali del luogo, l’artista dà origine a sculture concepite come espansioni corporee e a successive azioni performative, nelle quali cibo, corpo e suono agiscono entro una circolare di interscambiabilità semiotica. Tale lavoro può essere interpretato come una profonda riflessione sulla fisicità intesa come spazio dell’utopia, dove le opere indossate dai performer agiscono come protesi corporee, avvicinandosi alla figura dell’essere mutante, aprendo così nuove possibilità di trasformazione e di liberazione del soggetto attraverso quanto indossato. In questa dinamica, canto e cibo diventano strumenti di esteriorizzazione emotiva e di espiazione simbolica, per mezzo di una terra intesa come metafora dell’esistenza, sia per gli abitanti del Borgo che per gli artisti in residenza.
Pu-TÈCA Tramandars, Operazione Vesuvio, Borgo Casamale, Somma Vesuviana, 2026
Avviene che il patrimonio immateriale e paesaggistico studiato da ogni artista si riveli strumento d’indagine e di scandaglio di uno scenario, laddove Napoli e Borgo Casamale si scoprono accoglienti, profondi, vitali, aperti a un atteggiamento di analisi e ricerca culturale del contemporaneo. In questo felice orizzonte, nello spazio espositivo Pu-TÈCA tramandars — circa quindici metri quadrati — , è attualmente visibile il manifesto del teorico d’arte e critico francese Pierre Restany relativo all’Operazione Vesuvio, risalente agli anni 1972-1973. Nel testo si afferma, con una chiarezza inequivocabile, come «la cima del Vesuvio sia terra di tutti e di nessuno, come spazio ideale di ricerca e sperimentazione aperto a ogni intervento artistico»: suggestiva immagine che ci induce a riflettere su come il passato, assieme al territorio che lo accoglie, ci permetta di narrare il presente e persino di ipotizzare il futuro.
Editato da Marianna Reggiani