THE ITALIAN ART GUIDE


Matèria, la fotografia è politica: dissenso positivo e costruttivo

21.01.2026

Quando un progetto non si chiude in sé stesso, ma si apre al mondo attraverso la fotografia come forma di sentimento — ovvero non come percezione rassicurante, bensì come esperienza di un problema —, diventa capace di raccontare letture politiche parziali, basate su ciò che viene sentito, notato, osservato e quindi pensato. Questo è quanto caratterizza la mostra In Plain Sight: Photography, Power and Public Space in Britain, in corso presso la galleria romana Matèria fino al 31 gennaio 2026.

In Plain Sight Photography, Power and Public Space in Britain, 2025, exhibition view, Matèria, Roma, Courtesy Matèria, Roma, Photo by Roberto Apa

L’esposizione si collega agli anni Duemila nel Regno Unito, periodo di formazione del fondatore della galleria, Niccolò Fano, il quale avviò un dialogo con la co-curatrice del progetto romano, Christiane Monarchi, evolutosi poi in una collaborazione duratura nei campi dell’editoria e della ricerca artistica. Pur presentando i lavori di otto artisti davvero diversi tra loro, l’esposizione si propone come una ricostruzione critica del panorama fotografico britannico degli ultimi venti anni. Perciò la mostra mette in evidenza un duplice strappo: da un lato la reazione della Gran Bretagna contemporanea rispetto a quanto accadeva negli anni Ottanta, in contrasto al cinismo del potere conservatore del governo di allora, dall’altro una pratica fotografica estremamente sperimentale, caratterizzata da interventi che denaturano il normale uso del mezzo. Per queste ragioni la fotografia non si configura come un semplice strumento di registrazione e documentazione, bensì traspare come una forma di giudizio capace di rivelare nuove strutture di significazione, superando i confini del medium attraverso suggestive pratiche di manipolazione. In tutte le opere emerge con chiarezza come all’origine di ogni immagine se ne celi sempre un’altra sotto forma di visione o persino allucinazione, quindi irreale nella percezione ma straordinariamente vera nei tempi.

In Plain Sight Photography, Power and Public Space in Britain, 2025, exhibition view, Matèria, Roma, Courtesy Matèria, Roma, Photo by Roberto Apa

Christiane Monarchi, co-direttrice della rivista semestrale HAPAX e ricercatrice attiva sulla pratica fotografica contemporanea, cui sono rivolte le domande che seguono. Privilegiando la digressione, Monarchi ci invita a esplorare gli artisti e i contenuti politici e sociali attraverso inaspettate connessioni laterali. In questo modo, la curatela così concepita rompe il conformismo, trasformandosi nell’arte di fondere discipline, contesti e prospettive diverse tra loro, la prova di un desiderio che non teme di intendere la fotografia come una forma di domanda piuttosto che un’affermazione. Pertanto, la forza del progetto risiede nelle diverse modalità con cui la fotografia viene declinata e mutata. Si tratta di una tensione tra il desiderio ossessivo di una documentazione completa, la volontà di rielaborare il meccanismo di lettura storica del passato e la consapevolezza profonda, talvolta frustrante, dei suoi effetti nel tempo contemporaneo. In particolare, sono numerosi i riferimenti storici agli anni Ottanta, segnati dall’ascesa della prima ministra conservatrice Margaret Thatcher, la quale perseguì un intransigente liberismo e le cui politiche di privatizzazione portarono al progressivo crollo del Welfare State. Si tratta di fasi che hanno avuto un forte impatto politico, economico, culturale sulla Gran Bretagna attuale, tali da originare un vivo dibattito sull’eredità del “Thatcherismo”. Perciò Anna Fox (1961, Alton, Inghilterra) fotografa la sagoma da tiro normalmente utilizzata nelle partite di paintball raffigurante la stessa Thatcher in eleganti abiti da cerimonia. Ne risulta uno scatto surreale, tanto nei toni quanto nel tema, reso oggettivo da una nitidezza priva di abbellimenti.

Anna Fox, Thatcher, dalla serie Friendly Fire (1989), 2025, Stampa giclée su Hahnemühle Photo Rag Satin, 50×60 cm

Anche Karen Knorr (1954, Francoforte sul Meno, Germania) propone una rappresentazione satirica delle gerarchie sociali del periodo, ricostruendo le abitudini dell’aristocrazia londinese: il paesaggio diventa la cornice ideale di uno stile di vita naturalistico, con vedute dolci e poetiche che oscillano tra l’arcadico e il bucolico. Sia per Fox che per Knorr, l’apparecchio fotografico rappresenta uno strumento impiegato per rappresentare problemi sociali e politici. Utilizzato come dispositivo indagatore e manipolatore, viene impiegato con astuzia e ingenuità, per interpretare e raccontare problematiche quali l’indebolimento del senso di comunità a favore dell’individualismo, del liberalismo e dell’economia privata. Inoltre, mettendo in discussione ogni garanzia e sicurezza anche a livello visivo, tali tecniche, più che fissare uno scenario normale e affascinante, nascondono dimensioni di difficile configurazione visiva.
Avviene ciò con la fotografia installativa di Sarah Pickering (1972, Durham, Inghilterra): sebbene all’apparenza l’esplosione potrebbe sembrare uno scenario festivo, in realtà l’artista ritrae le deflagrazioni sceniche utili agli addestramenti della polizia dell’esercito britannico. La Gran Bretagna degli artisti è stridente, violenta, senza filtri e la fotografia, declinata com’è oltre il normale impiego, si trasforma in un sistema di allarme, un deterrente antropologico capace di raccontare e affrontare le trasformazioni sociali, storiche e politiche di una Nazione.
Diversamente, Jermaine Francis lavora sull’aspetto documentale degli archivi, nella sequenza delle immagini video narra una Gran Bretagna postcoloniale in cui traspare costantemente la dimensione del rischio, in cui l’unica possibilità per preservare la libertà collettiva è quella del pericolo soggettivo.

Karen Knorr, A mood of Highly Coloured Naturalism, dalla serie Country Life (1983–1985), 2025, Stampa giclée su Hahnemühle Photo Rag Baryta, Courtesy dell’artista e Matèria, Roma

Una visione più mite ed equilibrata, non tanto volta a rifondare l’uso del medium, quanto ispirata dal porre in discussione la referenzialità documentaria, viene proposta da Sunil Gupta (1953, New Delhi, India). Attraverso una sequenza di immagini sottoposte a fotomontaggio digitale, l’artista racconta la zona est di Londra, l’Essex, un territorio segnato dal multiculturalismo, offrendo al contempo uno sguardo personale su quel mondo e un’accettazione indiscriminata di quella realtà.
In altra maniera, la fotografia si ibrida al collage con John Stezaker (1949, Worcester, Inghilterra), dando vita a un processo di saturazione dell’immagine in cui è centrale il legame tra la frammentazione della rappresentazione e quella della soggettività, stimolando così le facoltà visionarie e fantastiche. Una prospettiva giocata sulla poetica dell’illusione caratterizza il lavoro di Bettina von Zwehl (1971, Monaco di Baviera, Germania). L’opera in mostra è creata dipingendo e imprimendo bustine di tè su vetro, tale da instaurare delle relazioni inconsuete con un materiale simbolico della cultura britannica. Inoltre gioca con l’ambiguità dei rapporti instabili tra realtà e rappresentazione, oltre che tra l’oggetto e la sua impronta. Così la deviazione del medium fotografico dal consueto uso rispetto ai dispositivi visivi più comuni tende a conferire una dimensione autonoma e autoreferenziale anche ai simboli visivi rappresentativi di un paese.

Sunil Gupta, dalla serie Trespass (1992-95), 2025, stampa Giclée su Hahnemühle Photo Rag Baryta, 70 x110 cm, Courtesy dell’artista e Matèria, Roma

MacDonaldStrand (duo composto da Gordon MacDonald e Clare Strand, attivo dal 1992) lavora sulla bandiera e la sua iconoclastia, ricollegandosi al nuovo concetto di Nazione ridefinito dalla politica conservatrice di Margaret Thatcher. Pertanto emerge nuovamente come il progresso conservatore sia portatore di tensioni: infatti, le scelte intraprese da questo orientamento politico, invocando la difesa della sovranità nazionale, hanno favorito alcuni aspetti acutizzandone altri, generando divari culturali ed economici tra le classi sociali. Qui ritorna un pensiero forte e collettivo sollevato dagli artisti, in quanto la memoria storica, politica e civile non può essere separata, recisa e cancellata dalla costruzione di un favoloso montaggio di un’epoca passata, la quale è ancora oggi un fattore importante nel pensiero ideologico della cultura inglese. Perciò, sebbene la Brexit sia datata formalmente al 2020, le sue radici storiche e politiche risalgono al concetto di sovranità nazionale sostenuto da Margaret Thatcher, contraria alla condivisione di principi economici e giuridici dell’Unione Europea. È indubbio che tutto ciò abbia condizionato anche il sistema dell’arte contemporanea attuale, in quanto i cambiamenti doganali e fiscali hanno influenzato la circolazione delle opere d’arte, quindi il mercato ha coinciso con la riorganizzazione delle relazioni culturali con l’Europa, ristabilendo nuovi centri di interesse geografico. La mostra, esplorando la capacità dell’arte di conciliare e superare contraddizioni e differenze, si fonda proprio su questo principio dialettico. Pur nella diversità degli stili, gli artisti condividono un atteggiamento sperimentale verso il linguaggio fotografico, fondato sull’autonomia del medium e sul recupero di una dimensione politica e sociale. Pertanto il passato viene rievocato con forza attraverso l’interpretazione delle attuali connotazioni sociali, politiche e culturali, facendo emergere idee portanti più certe e al tempo stesso consolatorie, capaci di generare un dissenso positivo e costruttivo.

Editato da Marianna Reggiani

John Stezaker, Star, 2017-2018, collage, 51.8 x 40.3 cm, 53.5 x 42 x 4 cm, Courtesy of the artist, The Approach and kaufmann repetto, Milano / New York

Domande a Christiane Monarchi per The Italian Art Guide
Articolo di Maria Vittoria Pinotti
Roma 18/12/2025 

1. Come ha svolto la co-curatela per questa mostra e più in generale, come ritieni che questo lavoro debba essere svolto?

È stato un onore essere invitata da Niccolò e Rossana a collaborare a questa mostra, celebrando i dieci anni di Matèria ed evidenziando l’importanza degli artisti fotografici all’interno del programma della galleria. Per tutti noi era fondamentale creare un concept aperto, capace di accogliere opere dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri e, attraverso un dialogo costruttivo, siamo arrivati all’attuale selezione di artisti di rilievo, molti dei quali non avevano mai esposto a Roma prima d’ora. Accogliamo il pubblico in questa esperienza unica, una sorta di “capsula del tempo” della Gran Bretagna, in cui temi messi in evidenza decenni fa si intrecciano e dialogano con quelli più attuali, rivelandosi ancora oggi estremamente rilevanti.

2. In mostra sono presenti artisti che lavorano il mezzo fotografico fino a stravolgerlo e snaturarlo, mentre in altri casi emerge come strumento di rottura. In relazione a quanto esposto, cosa è accaduto alla fotografia?

Al centro di questa mostra vi è l’idea che queste opere fotografiche portino una narrazione poetica agli elementi visivi, che possono essere “letti”, lasciando allo spettatore lo spazio per completare il racconto. Le forme delle immagini in esposizione spaziano da stampe vintage realizzate a mano a opere scultoree, da video installati su palo a un ampio murale in vinile, coinvolgendo i sensi tattili a ogni passaggio. È stato un grande piacere lavorare con gli spazi di Matèria considerando gli incontri fisici degli spettatori in modo molto diverso dalla tradizionale mostra fotografica: qui i lavori agiscono davvero come dichiarazioni scultoree uniche nello spazio. L’inclusione di composizioni documentarie sovvertite attraverso il testo, o di immagini astratte che assumono un peso storico se considerate alla luce delle loro origini, fa sì che ogni opera offra storie che risuonano a lungo anche dopo aver lasciato lo spazio. Questa è la forza della fotografia: riuscire a trasmettere molteplici punti di vista e livelli di lettura, pur presentando un’immagine apparentemente chiara e immediata.

3. Il progetto presentato è coraggioso: affronta tematiche sociali, civili e politiche e restituisce una visione della Gran Bretagna tutt’altro che pacifica. Qual è il punto di forza della mostra?

Prendendo in considerazione opere realizzate dagli anni Ottanta a oggi, la mostra riunisce idee che continuano a essere profondamente attuali in Gran Bretagna, comunicate con l’autenticità di artisti che vivono e lavorano nel Regno Unito. Potremmo avere un dibattito quotidiano su politica, razza, classe, rappresentazione, protesta, mondo militare, intrattenimento post-industriale? Assolutamente sì. Siamo costantemente immersi in queste idee nel Regno Unito e oggi abbiamo avuto la fortuna di poter invitare alcuni di questi artisti a condividere tali riflessioni qui a Roma, per celebrare il pluralismo di voci attraverso la forza della fotografia e dei media basati sull’uso dell’obiettivo.

In Plain Sight Photography, Power and Public Space in Britain, 2025, exhibition view, Matèria, Roma, Courtesy Matèria, Roma, Photo by Roberto Apa

Informazioni: 
In Plain Sight: Photography, Power and Public Space in Britain
Anna Fox, Jermaine Francis, Sunil Gupta, Karen Knorr, MacDonaldStrand, Sarah Pickering, John Stezaker, Bettina von Zwehl
In collaborazione co-curata da Christiane Monarchi
Matèria, Via dei Latini 27, 00185, Roma
Dal martedì al sabato dalle 11.00 alle 19.00
www.materiagallery.com
Dal 04/12/2025 al 31/01/2026